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idee, sogni, progetti, pensieri di un comunista di ritorno.

È ragionevole, chiunque lo capisce. È facile. Non sei uno sfruttatore, lo puoi intendere. Va bene per te, informatene. Gli idioti lo chiamano idiota e, i sudici, sudicio. È contro il sudiciume e contro l’idiozia. Gli sfruttatori lo chiamano delitto. Ma noi sappiamo: è la fine dei delitti. Non è follia ma invece fine della follia. Non è il caos ma l’ordine, invece. È la semplicità, che è difficile a farsi. (1933) Lode al comunismo. Bertold Brecht
21 luglio 2016
La madre del terrorismo.
Globalist.it

Un altro terribile massacro. Altri morti che l'opinione pubblica occidentale fa finta di non vedere o, forse, giudica di serie B. Ma si tratta di crimini, di bombardamenti spietati. Infatti, è di 125 i "civili" uccisi il bilancio dei raid aerei effettuati nella città siriana di Manbij, a ridosso del confine con la Turchia. A riferire il nuovo bilancio è l'inviato della tv satellitare al-Jazeera nella provincia siriana di Aleppo, dove si trova Manbij.

La notizia è confermata dalle fotografie (terribili) che Globalist è in grado di mostrare. Secondo le fonti di al-Jazeera, nei raid è stato colpito il sobborgo di Tokhar e tra le vittime vi sono intere famiglie, tante donne e molti bambini. Nell'area colpita, stando alla tv, vivono molte famiglie di sfollati in fuga dai combattimenti contro i jihadisti del sedicente Stato Islamico (Is). La coalizione anti-Is sostiene la battaglia lanciata a fine maggio dalle 'Forze democratiche della Siria' (alleanza mista curdo-araba) contro l'Is riprendere il controllo di Manbij.

Il Pentagono ha fatto sapere di essere al corrente delle notizie di vittime civili a seguito di raid aerei a Manbij, sottolineando di prenderle "molto sul serio". Il portavoce Adrian Rankine-Galloway ha affermato che il Pentagono "ne sta verificando la credibilità".

Analisidifesa.it

Al vertice di Varsavia la Nato ha deciso di estendere fino al 2017 la missione “Resolute Support” in Afghanistan e fino al 2020 l’assistenza finanziaria alle forze armate afgane.

“Abbiamo deciso di continuare la nostra missione (formazione e consulenza alle forze afghane) oltre il 2016?, ha detto Stoltenberg ai giornalisti all’indomani del vertice. “Una pianificazione aggiuntiva sarà condotta nei prossimi mesi per definire la nostra presenza globale nel 2017?, ha aggiunto.

Il numero di soldati della Nato dovrebbe essere mantenuto al livello del 2016, 12.000 uomini, per lo più americani, ha detto anche a Washington Barack Obama ha reso noto che dei 9.800 militari schierati nel Paese asiatico dal nuovo anno ne resteranno solo 8.400 tra forze assegnate a Resolute Support e unità a comando statunitense per una forza complessiva di circa 12 mila unità.

(...) L’operazione italiana in Afghanistan costerà oltre 350 milioni di euro quest’anno: circa 180 di costi diretti per il contingente, quasi 20 per i costi della missione aerea e logistica ad Abu Dhabi, assorbirà una parte cospicua dei 76 milioni assegnati ai costi logistici dei contingenti oltremare oltre a 120 milioni di contributo nazionale al fondo per il sostentamento delle forze di sicurezza afghane. Di fatto oltre un quarto dei fondi stanziati quest’anno con il “decreto missioni”.

LaStampa.it

Una vittoria a mani basse?
«A partire dal 2003 le milizie taleban danno inizio a una offensiva senza soluzione di continuità, assieme al network Haqqani e alle forze Hezb-i Islami. E’ l’inizio della vera guerra, quella non convenzionale».

Tutto da rifare quindi per le forze Isaf?
«Sì, ma con uno sforzo molto superiore e perdite enormi in termini di vite umane. Dal 2005 l’Afghanistan è teatro di un’escalation di azioni da parte dei ribelli che riconquistano intere aree del Paese formando sacche di resistenza impenetrabili specie nel sud, in quella provincia di Kandahar che aveva dato i natali a Omar e aveva resistito vittoriosamente contro i sovietici negli anni 80 e gli inglesi nell’800. A favorire i taleban è il dirottamento dell sforzo militare Usa e occidentale in Iraq».

Quanti sono stati sino ad oggi i morti nel conflitto?

«Si parla di 2792 militari. Gli americani hanno avuto 1830 morti, seguiti dai britannici con 383 e dai canadesi con 158. L’Italia tutt’oggi presente sul territorio ha visto cadere 42 militari. Secondo le stime potrebbero essere più di 35 mila i civili che hanno perso la vita a causa del conflitto. Oltre 38 mila le perdite tra i taleban».

Quali i costi sostenuti?

«Solo gli Usa, secondo le proiezioni che coprono anche il 2011, hanno speso sino a 500 miliardi di dollari per la guerra in Afghanistan».

Quali sono stati i risultati dopo dieci anni di guerra?

«Dopo una fase di stallo, una prima svolta è giunta il 1 dicembre 2009 quando Barack Obama vara la strategia di escalation annunciando l’invio di altri 30 mila militari per un totale di oltre 100 mila forze presenti sul territorio. L’obiettivo è avviare una massiccia offensiva e procedere nel giro di un paio di anni».

Lavalledeitempli.net

Questo è quanto emerge dall’incontro di ieri mattina tra il ministro della Difesa Roberta Pinotti con il vice presidente libico, Fathi Al- Majbiiri.

“La stabilizzazione della Libia – ha affermato la Pinotti – costituisce una priorità per l’intera regione mediterranea e per l’Unione Europea. L’Italia è pronta ad assicurare il pieno supporto alle esigenze del popolo e del governo libico, impegnati in un difficile processo di transizione democratica”.

L’incontro, avvenuto dopo la strage di Nizza, è stata l’occasione per esprimere solidarietà alla Francia, confermando la volontà dei due paesi  a collaborare nella lotta al terrorismo.

Il vice presidente Fathi AL- Majbiri ha espresso apprezzamento  per le operazioni di evacuazione di feriti libici e per il successivo ricovero in  strutture ospedaliere, civili e militari, italiane, incassando  la conferma della disponibilità italiana a garantire l’addestramento delle Forze armate libiche.


Commento.

Le campagne per portare la democrazia, sconfiggere il terrorismo (sic!), ridare la libertà ai popoli del mondo hanno sempre caratterizzato la politica estera americana e dei suoi alleati.

L'Italia in testa, fedelissima con qualunque governo in carica, di centro, destra o sinistra (ri-sic!).

La democrazia così portata, la libertà e la sconfitta del terrorismo hanno fruttato a quei popoli (afgano, siriano, libico ecc.. ecc.. ) guerre civili, morti e feriti oltre alla generale regressione di quei paesi a livelli di 20-30 anni prima.

Nessuno riesce a spiegare i vantaggi di questo neo-colonialismo in termini di indicatori di civiltà: numero di scuole ed università, numero di ospedali e sanità, nuovi posti di lavoro, industrie ecc.. Soltanto il mercato delle armi e quello dei mercenari di stato o assoldati dal califfato hanno avuto vantaggi immediati e cospicui.

Ma il gioco sta diventando pericoloso e sfugge di mano al banco (USA e GB), oltre che ai bari che lo appoggiano (Italia, Germania. Inghilterra, Francia, NATO). Alcuni hanno abbandonato il tavolo e giocano per conto loro fomentando il terrorismo diffuso. Seguaci musulmani del Califfato medioevale e musulmani d'accatto ma rottamati psichicamente dalla società occidentali diventano lupi solitari.

Alle armi sofisticate contrappongono armi bianche, automobili, bombe domestiche e terrore casalingo. Al robotizzato mefrcenario USA affiancano il proprio corpo svalutato dal consumismo occidentale e dal neoliberismo di mercato.

La ricetta principale che viene proposta è militarizzare la società: più polizia, più telecamere, più torture, più celle, più spie, più armi, più soldati e mezzi da combattimento anche in casa propria. Rafforzare gli esecutivi, tutto il potere ad una sola persona! Colpire al minimo sospetto, punire anche soltanto l'intenzione, eliminare qualunque fantasia di riscatto e di giustizia.

Noi comunisti abbiamo sperimentato sulla pelle tutto questo, dalla nostra nascita.

Non ci hanno completamente eliminati: resistiamo e ci prepariamo ad una lunga guerra popolare rivoluzionaria in cui arruoleremo (salvandoli dal sacrificio inutile) anche questi "terroristi", poveri e giovani prodotti del vero terrorismo: quello planetario, autore della guerra di sterminio verso l'umanità.




permalink | inviato da TIAR il 21/7/2016 alle 13:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 giugno 2016
Per l'Europa dei popoli e socialista.

da (n)PCI 


Il referendum britannico è istruttivo per molti aspetti.


Nei paesi imperialisti i gruppi dominanti faticano a cancellare completamente ogni forma di partecipazione delle masse popolari alle istituzioni della democrazia borghese, non tanto per l’opposizione che noi comunisti siamo già in grado di mettere in moto, ma perché chi di loro si attenta ad abolire le istituzioni della democrazia borghese (a proprio vantaggio ovviamente: da noi si è visto ieri la banda Berlusconi, oggi si vede la cricca Bergoglio-Renzi), si scontra con il fatto che i gruppi borghesi suoi avversari ne approfittano e mobilitano le masse contro di lui. 


Questa è un punto debole della classe dominante, di cui noi comunisti possiamo e dobbiamo avvalerci nella guerra popolare rivoluzionaria che promuoviamo. È una delle condizioni su cui contiamo per far ingoiare ai vertici della Repubblica Pontificia la costituzione del Governo di Blocco Popolare.


In ogni paese europeo i gruppi al governo attribuiscono la responsabilità dell’eliminazione delle conquiste all’Unione Europea e nascondono il fatto che UE e BCE sono comitati d’affari dei grandi capitalisti dello stesso paese. Per avere la maggioranza assoluta nel Parlamento uscito dalle elezioni del 7 maggio 2015 David Cameron aveva dovuto promettere il referendum sull’UE entro il 2017. 


Ha negoziato con l’UE nuove condizioni di privilegio per la Gran Bretagna, condizioni che secondo i pregiudizi creati dalla stessa classe dominante avrebbero dovuto assicurare la maggioranza ai voti pro-UE e ha indetto il referendum anzi tempo massimo, prima che risultasse chiaro che per la massa delle popolazione britannica le nuove condizioni non cambiavano il corso delle cose. E lo ha perso: 17.4 milioni di voti per l’uscita e 16.1 milioni per restare, su circa 50 milioni di elettori aventi diritto. 


Ora vertici UE e britannici dovranno trovare una qualche nuovo accordo perché la collaborazione e la concorrenza tra i gruppi imperialisti possa continuare. Lo troveranno, ma dovranno faticare un po’ e certamente attribuiranno all’esito del referendum le nuove sofferenze che imporranno agli emigranti e alla popolazione autoctona.


Le anime belle della sinistra borghese, incantate dalla democrazia borghese, pensano e discutono seriamente come se il voto del 23 giugno avesse deciso “l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa”, in altre parole come se l’UE fosse nata e continuasse ad esistere perché gode del favore popolare, come se la tenuta dell’UE fosse colpa “degli altri che non capiscono”, di quelle “masse popolari ignoranti, passive e arretrate” di cui parlano spesso molti esponenti della sinistra borghese, come se l’UE fosse nata per soddisfare bisogni e richieste della massa della popolazione e per decisione delle masse popolari. 


La borghesia ha tutto l’interesse a far dimenticare la lotta di classe e in questo la sinistra borghese è completamente succube della borghesia. (prosegue al link (n)PCI )


Commento.


Nella sua schematicità l'analisi dei compagni del nuovo Partito Comunista Italiano rappresenta l'esempio plastico della definizione delle priorità tra le cause del fenomeno Brexit. I giornali prima, durante e dopo il referendum (consultivo) che decideva se la GB dovesse o meno restare il Europa, manifestavano la quotidiana ridda di opinioni e commenti senza alcun sostegno di fatti e di riscontri concreti.


L'oscillazione era tra l'indefinito "tutto è possibile ed imprevedibile" ed la didascalica certezza de "le 7 conseguenze sull'uscita della GB dall'Europa". Non abbiamo letto tutte le fonti d'informazione ma una discreta rassegna e soprattutto ci è bastato lo schieramento "europeista" dei maggiori rappresentanti di governo, dell'economia e dello status quo continentale per capire che la vittoria dei nazionalisti inglesi (britannici) era sicuramente verso "quella Europa", "quella classe dirigente europea" e "quella filosofia di austerità  e miseria" per i popoli tutti.


A rappresentare questa vittoria sono i movimenti populisti, prevalentemente della destra più razzista e reazionaria europea. Ma proprio questa rappresentanza sarà il vaccino che le masse popolari dovranno assumere per risolvere la contraddizione tra l'Europa dei popoli e quella del capitale. La differenza sostanziale tra comunisti e populisti è che i primi si basano sulla analisi del reale mentre i secondi parlano alla pancia ed ai desideri della gente. La seconda differenza è che i comunisti organizzano i propri obiettivi ed analisi secondo priorità definite e non volatili, secondo umori, stagioni e personaggi alla moda.






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24 giugno 2016
Situazione eccellente perchè altamente instabile, per il capitale.

da ANSA.IT 

La Gran Bretagna decide di uscire dall'Europa e piovono le reazioni dei leader e rappresentanti politici e istituzionali di tutto il mondo. Da Putin a Obama, passando per il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, fino al premier Matteo Renzi, ognuno esprime il proprio parere e getta uno sguardo agli scenari futuri. Ecco cosa hanno detto:

David Cameron: "Io farò il possibile, come primo ministro, per pilotare la nave nei prossimi settimane e mesi. Ma non penso che sia giusto per me cercare di essere il capitano che guida il nostro Paese verso la sua prossima destinazione".

Nigel Farage: "E' la vittoria della gente comune contro le grandi banche, il grande business e i grandi politici".

Sadiq Khan, sindaco di Londra: "Siete i benvenuti qui, Londra continuerà ad essere prospera e aperta agli investitori e al business".

Boris Johnson: "Sono dispiaciuto per le dimissioni di David Cameron da premier, lo considero uno straordinario politico".

Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea: "Non è l'inizio della fine dell'Unione europea". 

Christine Lagarde, Fmi: "Prendiamo atto della decisione del popolo britannico. Chiediamo alle autorita' nel Regno Unito e in Europa a lavorare in maniera collaborativa per assicurare una transizione morbida verso nuove relazioni economiche".

Vladimir Putin: ""Il risultato del referendum in Gran Bretagna avrà senz'altro conseguenze per il mondo e per la Russia".

Barack Obama: "Auspico che i negoziati che si apriranno tra Regno Unito e Unione europea assicurino stabilita', sicurezza, prosperità per l'Europa, la Gran Bretagna, l'Irlanda del Nord e per tutto il mondo. Avrei preferito un risultato differente, ma rispetto pienamente la decisione presa".

Angela Merkel, cancelliera tedesca:  "E' un taglio netto" per l'Europa, ma ora serve un'analisi calma e composta dell'esito del referendum".

Donald Trump: "E' una grande notizia che i britannici si siano ripresi il loro Paese".

Geert Wilders, leader degli euroscettici olandesi: "Hurrah per i britannici. Ora è il nostro turno. E' tempo per un referendum olandese".

Nicola Srturgeon, first minister di Edimburgo: "Faro' tutto il possibile perche' la Scozia resti nell'Unione Europea e nel mercato unico".

Donald Tusk, presidente del Consiglio Ue: "Non c'è modo di prevedere tutte le conseguenze politiche.  L'unione europea è determinata a mantenere l'unità a 27".

Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze tedesco: "L'Europa dovrà adesso rimanere unita, insieme dobbiamo tirare fuori il meglio dalla decisione dei nostri amici britannici".

Marine Le Pen: "E' una giornata storica, adesso la realtà si è imposta: uscire dall'Unione europea è possibile".

Marion Le Pen: "Vittoria: dalla Brexit alla Frexit: è ormai ora di importare la democrazia nel nostro paese. I francesi devono avere il diritto di scegliere!"

Tony Blair, ex premier Labour: E' un momento molto triste per il nostro Paese, l'Europa e il mondo".

Matteo Renzi: "Dobbiamo cambiarla per renderla più umana e più giusta. Ma l'Europa è la nostra casa, è il nostro futuro. Il popolo britannico ha scelto, noi rispettiamo la decisione. Ora si volta pagina". 

Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri: "Siamo di fronte a un momento per l'Europa molto difficile. Nonostante ci si sia a lungo attrezzati a gestire le conseguenze di questa decisione, non ci nascondiamo le difficoltà del momento".

Pier Carlo Padoan, ministro dell'Economia: "Per molti e non solo in Gran Bretagna l'Europa appare essere come parte del problema. Dobbiamo rinnovare il modello europeo e credo che l'Europa abbia l'energia e la visione per per farlo"

Matteo Salvini: "Evviva il coraggio dei liberi cittadini! Cuore, testa e orgoglio battono bugie, minacce e ricatti. Grazie Uk, ora tocca a noi. L'importante è che l'Italia non sia l'ultima a scendere da questa nave che affonda".

il mio Commento.

Al link sottoriportato trovate due articoli che illustrano le posizioni opposte in merito all'uscita della GranBretagna dalla UE. 

Riportiamo l'inizio di quello dell'associazione di sinistra favorevole all'uscita.

Perché un giovane di sinistra deve sostenere la Brexit

di Julian Jones

YUCAXIT, YONXIT, YOLOEXIT. Trovare la giusta abbreviazione tra tutte quelle possibili per identificare un “Caso Giovanile per l’Uscita” o una “Uscita dei Giovani di Sinistra” può essere sorprendentemente complesso. Di fatto, è molto più complicato che spiegare i benefici di una uscita dalla UE a un pubblico di giovani.

C’è un sentimento soverchiante che pervade la maggior parte dei giovani nei confronti l’Unione Europea: è un offuscante romanticismo che suggerisce che un continente unificato sotto gli auspici della UE e della sua bandiera blu debba necessariamente essere una buona cosa. Questo è forse il principale ostacolo in una discussione sugli effetti positivi di una Brexit.

L’infatuazione della nostra generazione per la UE deriva da una fuorviante nozione romantica che ogni organizzazione “continentale” – che sia la NATO o la UE – debba essere “internazionalista”, predicando solidarietà e mutua coesistenza tra i suoi popoli.

Fino a tempi recenti, con l’ascesa di Corbyn alla leadership del Labour Party, i politici progressisti sono stati talmente lontani dal dibattito pubblico che la nostra generazione confidava, piuttosto invano, in una visione di una UE sociale, che ci guardava con uno sguardo in qualche modo positivo, sebbene vago e fuorviante.

La gioventù Britannica è invaghita di questa falsa visione di una UE senza frontiere e del libero mercato. Un recente sondaggio effettuato da Opinium ha trovato che il 53% dei giovani (dai 18 ai 34 anni) ha opinioni favorevoli verso Bruxelles, contro il 29% che voterà per uscire dalle UE.

Fondamentalmente, la UE consegue la sua accettabilità sociale e culturale presso i giovani democratici e presso il pensiero liberale e progressista, proclamando l’idea che Unione Europea ed Europa siano la medesima cosa.

È d’obbligo ricordare che l’Europa è composta da un insieme di nazioni che senza alcun dubbio condividono forti legami storici, geografici e sociali. Questo non significa però che queste nazioni debbano essere unite in una deformata unione economica che ha un crescente bisogno di un’ulteriore unione politica per sopravvivere.

La rappresentatività simbolica dell’Europa sulla scena globale non dovrebbe essere quella di un’organizzazione non democratica che lavora al comando dei 30.000 lobbysti che circondano Bruxelles.

Nè un’Europa illuminata dovrebbe imporre austerità e meccanismi fiscali e legali correttivi ai paesi che non vogliano sottostare all’austerità, come invece esige il Trattato Finanziario Europeo.

Per portare un esempio recente di umiliazione imposta di routine da Bruxelles, l’Unione Europea ha minacciato di sanzionare la Spagna con una multa di più di 2,1 miliardi di euro per la sua incapacità di mantenere basso il suo deficit. In risposta, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha stilato una lettera al presidente della Commissione Europea, Jean Claude Junker, implorando un rinvio temporaneo e promettendo ulteriori tagli ai servizi pubblici nel caso in cui il suo partito vada a vincere le prossime elezioni. L’ironia della questione è naturalmente nel fatto che il governo del Partito Popolare Spagnolo è stato uno scolaro modello dell’austerità europea.

Ciò che è chiarissimo è che ogni taglio ulteriore alle riforme del mercato del lavoro si ripercuoterà principalmente sui giovani spagnoli, i quali secondo le ultime stime contano una percentuale di disoccupazione pari al 46.5% per la popolazione sotto ai 25 anni.

I valori condivisi in Europa – se davvero dovessimo accettarne l’esistenza – non sono sicuramente quegli stessi valori di austerità e di interventi attuati con mano pesante negli affari economici degli stati sovrani.

Se i giovani progressisti realmente vogliono concretizzare la loro visione romantica di un’Europa che metta la solidarietà al centro delle sue funzioni ed incoraggi la crescita, gli investimenti nei servizi pubblici e nel mercato del lavoro, devono accettare la fine dell’Unione Europea.





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7 giugno 2016
Reddito di cittadinanza, no grazie.

4 giugno 2016 - Sostegno al reddito, perché è utile parlarne. Intanto in Svizzera si vota per quello “incondizionato”  (link)


di Giuseppe De Marzo


ROMA - Domenica c’è un voto che rischia di cambiare (in meglio) la Storia e di aprire un grande dibattito nel continente. Un voto dal quale potremmo trarre beneficio anche noi italiani, provando ad uscire dalla dimensione provinciale e spesso superficiale dell’attuale discussione politica.


Non si tratta del voto delle amministrative, bensì di quello che attende domani la Svizzera: per la prima volta al mondo i cittadini saranno chiamati a votare al referendum per l’introduzione di un reddito di base incondizionato.


Il 5 giugno del 2016 può essere una data storica anche per tutti coloro nel mondo da decenni propongono di passare da una logica “assicurativa” ad una di “esistenza”. Un tema cruciale che consente al dibattito politico di fare un enorme balzo in avanti, tornando finalmente a legare la condizione materiale ed esistenziale delle persone ad un’idea di civiltà fondata sulla necessità e sull’obbligo di garantire la dignità a ciascun essere umano.


I cittadini svizzeri, attraverso un’iniziativa federale sostenuta da 126 mila persone, avranno infatti la possibilità di votare per introdurre in Costituzione l’art. 110a: Reddito di Base Incondizionato (RBI). Chi domani voterà Si al referendum costituzionalizzerà un principio che consente all’intera popolazione di avere un’esistenza dignitosa e di poter partecipare alla vita pubblica.


Il RBI è inteso come un reddito mensile sufficiente per vivere, pagato singolarmente ad ogni persona dalla nascita alla morte, qualunque sia il suo reddito o la sua condizione, sostituendosi alla maggior parte delle prestazioni sociali fino alla quota del suo ammontare.


Le prestazioni sociali in contanti saranno mantenute per gli aventi diritto, come nel caso della disoccupazione o delle prestazioni complementari. Il RBI non è considerato un costo bensì un investimento che consente una modifica alla distribuzione della ricchezza prodotta, dalla quale trae beneficio tutta la popolazione.


05 giugno 2016


Referendum su reddito minimo per tutti: la Svizzera dice no (link)


Bocciato con una percentuale del 78 per cento. La proposta prevedeva contributi mensile, dalla nascita alla morte, di 2.500 franchi elvetici (circa 2.250 euro) per gli adulti e di 625 franchi (560 euro) per i minorenni in sostituzione dei vari strumenti di welfare attualmente attivi

 

Con una percentuale di circa il 78%, gli svizzeri hanno ufficialmente bocciato il "reddito di base incondizionato" per tutti: la proposta, promossa da un gruppo indipendente, è stata infatti respinta dalla maggioranza dei cantoni della Confederazione. Per essere approvata, la proposta avrebbe dovuto essere approvata da una doppia maggioranza, quella dei cantoni e dei votanti.

Già secondo i sondaggi, l'iniziativa lanciata dal proprietario del Caffè Basilea Daniel Haeni e i suoi alleati aveva scarse possibilità di passare, nonostante il grande interesse dell'opinione pubblica sulla questione. La proposta prevedeva un reddito mensile, dalla nascita alla morte, di 2.500 franchi elvetici (circa 2.250 euro) per gli adulti e di 625 franchi (560 euro) per i minorenni, a sostegno della dignità umana e del servizio pubblico.

 

Per i promotori, infatti, che in Svizzera si perdono sempre più posti di lavoro a causa dell'automazione dei diversi settori produttivi. Non solo: sempre secondo i promotori, una percentuale significativa di persone svolge un lavoro non riconosciuto e non pagato, come la cura dei bambini o di parenti malati o anziani.

Anche il governo si era dichiarato contrario perché il reddito di cittadinanza per tutti implicherebbe spese insostenibili - un conto federale da 25 miliardi di franchi - e molti economisti hanno fatto notare che disincentiverebbe il lavoro delle donne e altri analisti hanno sostenuto che sarebbe una zavorra letale per la meritocrazia.

L'iniziativa, osserva  un approfondimento di Swissinfo, "non ha fatto breccia tra i partiti: in parlamento è stata rifiutata in blocco dalla destra e dal centro e ha raccolto pochi consensi tra la sinistra rosso-verde. Alla Camera del popolo è stata respinta con 157 voti contro 19 e 16 astensioni".


Alla Camera dei cantoni ha raccolto il sostegno solo della socialista Anita Fetz, che invita a riflettere su questa idea, che "potrebbe essere una soluzione concreta, presumibilmente tra 20 o 30 anni, quando dalla digitalizzazione del lavoro risulterà una forte perdita di posti".

 

Il reddito, secondo la proposta, avrebbe dovuto essere incondizionato e non tassato e avrebbe dovuto sostituire i vari strumenti di welfare attualmente attivi. Coloro che lavorano e guadagnano una cifra minore avrebbero avuto un`integrazione, ai disoccupati invece l`intero importo.


Nel concreto, a chi oggi guadagna 1800 franchi svizzeri ne sarebbero andati altri 700, mentre non ci sarebbe stato alcun cambiamento per chi guadagna almeno 2.500 franchi (in realtà ci sarebbero prelievi per contribuire al finanziamento della misura, ma compensati da un equivalente versamento).

 

Secondo un sondaggio demoscope, il 10% degli elettori della confederazione dichiara che potrebbe smettere di lavorare in caso di istituzione del reddito minimo universale. Va comunque registrato che il salario medio in svizzera sfiora i 6.500 Franchi e la soglia di povertà si attesta a 2.220 franchi, poco sotto la cifra prevista come reddito di cittadinanza.


Commento.


L'idea del reddito di cittadinanza è logica, realizzabile, democratica e giusta. Fermiamoci un attimo a riflettere, senza giungere a rapide conclusioni (perché frutto di concezioni sedimentate nel tempo e stabilite da convenzioni sociali e valori eterodiretti). Stiamo alla concreta realtà dei fatti.


1. la tecnologia ed il suo progresso incredibilmente rapido ha reso la produttività ampiamente dipendente da energia, organizzazione del lavoro, lavoro intellettuale, ecc.. ma ha drasticamente ridotto la componente di lavoro fisico umano. Laddove occorrevano cento lavoratori oggi ne occorre uno, e la produzione è comunque centuplicata. Le rivoluzioni digitale, robotica, elettronica ecc.. hanno reso possibile la trasformazione di macchine e processi produttivi in processi automatizzati dove occorre soltanto energia, controllo e riparazione soltanto in parte governati da uomini in carne ed ossa.


2. La disoccupazione che ne è derivata risulta il problema principale e fondamentale delle società umane. La questione assume caratteristiche di problema per diversi motivi tra cui: la mancanza di un reddito e quindi la incapacità di spesa e consumo, la aumentata possibilità di rivolgersi a settori di lavoro illegale o criminale, la necessità da parte della comunità di garantire un minimo livello di assistenza all'indigente anche soltanto per garantirgli la sopravvivenza per se e la famiglia, il progressivo degrado fisico ed intellettuale ed in conclusione la perdita di ogni possibile autonoma crescita sociale.


3.  Questo problema NON è risolvibile attraverso la garanzia di un reddito minimo di cittadinanza, perché a sua volta lo stesso sarebbe fonte di una selezione tra chi voglia mantenersi al di fuori della società (economica, civile, politica, ecc..), e delle sue dinamiche complessive, in una sorta di "riserva indiana" dove restare senza più alcuna possibilità di crescita se non quella eterodiretta. E soprattutto senza alcuna possiblità di rivendicazione emancipatoria dalla condizione di "cittadino sotto tutela" decisa dalla società attiva. Una riserva per "cittadini di serie B" decisa da quelli di serie A, decisori in tutto e per tutto della natura dello stato e delle sue caratteristiche.


Quindi.


La proposta del "reddito minimo di cittadinanza" è una proposta fondamentalmente conservatrice (e forse perfino reazionaria) nella situazione concreta attuale. Contiene in sè diverse nature, a secondo dei proponenti, del momento storico, dei suoi contenuti secondari.


Proviamo a svolgere alcune riflessioni a proposito.


- l'applicazione "per legge", derivata anche dalla sola vittoria del referendum, porterebbe alla costituzione di un vero e proprio ceto di "cittadini di serie B" utili al capitale per garantire comunque dei consumatori, piuttosto che poveri incapienti, ricattabili per l'incapacità di esercitare un lavoro o professione, la progressiva inettitudine ed il legame politico esclusivamente ai responsabili di questo provvedimento, in forma di clientes.


- la confluenza di una serie di tutele sociali (storicamente determinate) in un unico assegno sociale ne favorirebbe l'utilizzo individualizzato ed incontrollato verso qualunqe attività futile quali: gioco, vizi diversi, sprechi ecc.. Gli unici avvantaggiati sarebbero il capitale e le sue espressioni commerciali e finanziarie, finalmente soddisfatte di un mercato ancora più libero da istituzioni sociali a tutela delle fragilità.


- completamente scollegato da qualunque richiesta di servizio verso la comunità favorirebbe un accresciuto individualismo irresponsabile ed il concetto (balzano ed irrealistico) che il denaro possa crearsi da solo, concezione fin troppo già radicata dall'atteggiamento delmercato finanziario e dei suoi speculatori.


- per ultimo, l'impossibilità di un controllo e di un programma di emancipazione sociale ed economica (finanziato dall'assegno, perché no!) che possa impiegare queste risorse in maniera utile per il singolo e la comunità attraverso, per esempio, la riduzione cospicua delle ore di lavoro manuale a favore di ore destinate all'istruzione tecnica ma anche più generale. Proprio a favore delle classi più colpite dalla disoccupazione.











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18 maggio 2016
Il Venezuela e le sue bugie.

ilcaffegeopolitico.org - Damiano Greco

La crisi economica iniziata circa tre anni fa tocca il suo apice, facendo precipitare il Venezuela di Maduro in una spirale di profonda depressione. Il Paese latino americano si ritrova in una situazione di vero caos e deve confrontarsi con una imminente esplosione non solo economica, ma anche politico-sociale

MADURO FIRMA LO STATO DI EMERGENZA – Il Presidente chavista, Nicolás Maduro, ha firmato la scorsa settimana un decreto di stato eccezionale di emergenza economica, ovvero una misura straordinaria adottata dal Governo in caso di imminente pericolo in grado di minacciare la stabilità della nazione. Maduro, nei giorni scorsi, ha deciso per una proroga di quest’ultimo, allungando almeno a tre mesi lo stato di emergenza e dichiarando inoltre guerra aperta agli imprenditori appartenenti alla classe borghese – che, a suo dire, stanno paralizzando il Paese – annunciando il blocco totale della fabbriche, con la volontà di restituirle al popolo.

A richiamare l’attenzione internazionale, oltre la forte instabilità del Paese guidato fino al 2013 da Hugo Chávez, sono le disposizioni nei confronti dell’esercito, chiamato ad effettuare esercitazioni in vista di possibili interventi miliari a difesa del Paese da non meglio specificati attacchi esterni. In realtà sono in molti a credere che la mossa sia guidata dalla paura di Maduro di imminenti sommosse popolari, visto lo stato di profondo malessere in cui si ritrovano i venezuelani. (prosegue)


Maduro, Presidente del Venezuela ed ex autista di autobus.

di Geraldina Colotti – il manifesto

16 maggio 2016.- «Fabbrica bloccata, fabbrica occupata dal popolo». Parola di Nicolas Maduro. Il presidente del Venezuela lo ha ribadito davanti a migliaia di manifestanti – consigli comunali, comunas, organizzazioni territoriali – che appoggiano «il quinto motore dell’economia socialista»: uno dei 15 proposti dal governo chavista per uscire dalla crisi, e inquadrati da un decreto di emergenza, rinnovato per 60 giorni. Misure nuovamente respinte dall’opposizione, che ha la maggioranza in Parlamento dal 6 dicembre, e che preme per accelerare il referendum revocatorio contro Maduro.

Sabato, i partiti che compongono la Mud – un arco che va dal centro-sinistra della IV Repubblica all’estrema destra – hanno organizzato a Caracas una manifestazione concomitante a quella chavista e ne hanno indetta un’altra per domani a livello nazionale. L’obiettivo è quello di «fare come in Brasile», deponendo il presidente prima dello scadere del mandato: nel solco di quanto accade con Dilma Rousseff, che sta affrontando un processo di impeachment.

La Costituzione bolivariana – votata con ampia maggioranza nel 1999 dopo un’Assemblea costituente che ha accolto molte proposte dell’opposizione – prevede la possibilità di revoca per tutte le cariche elettive a metà mandato: occorre però rispettare i passaggi e i tempi previsti, e la supervisione del Consejo Nacional Electoral (Cne). Così avvenne per il tentativo di revocare Hugo Chavez, nel 2004.

Allora, l’opposizione perse, ma questa volta conta di approfittare del ritorno delle destre nel continente latinoamericano, e non disdegna l’uso di modi più spicci. Già nel 2014, i settori oltranzisti della Mud hanno organizzato la campagna «la salida» (l’espulsione), per cacciare con la forza Maduro dal governo. Il risultato fu di 43 morti – quasi tutti per colpi di arma da fuoco e tra le forze dell’ordine – e oltre 850 feriti.

Nonostante sabotaggi, campagne di discredito internazionale e un paese spaccato («polarizado», come dicono in Venezuela), il governo, però, ha tenuto: forte di un consenso popolare fra i settori meno favoriti, a cui continua a dedicare oltre il 70% delle entrate annuali. Il Cne sta inserendo nel sistema informatico le firme raccolte per avviare la procedura di referendum, in modo che ogni cittadino potrà verificare di persona la legalità del percorso. Dal 18 maggio al 2 giugno si procederà poi alla verifica, alla presenza di testimoni delle due parti. Se le firme raggiungono almeno l’1% degli aventi diritto, il Cne apre le consultazioni a livello nazionale. ( ... )

( ... ) In campagna elettorale, l’attuale presidente del Parlamento, Ramos Allup, aveva promesso di «farla finita con le code in 15 giorni». E di certo avrebbe potuto senz’altro migliorare le cose, visto che gran parte del sabotaggio e del mercato nero (di alimenti sussidiati e di dollari incamerati dalle grandi imprese senza ritorno produttivo) deriva dai terminali della Mud. Invece, ha seguito le proprie ossessioni (cacciare Maduro, amnistiare golpisti e faccendieri) e ha provato a mettersi sulla strada di Macri in Argentina e ora di Temer in Brasile.

Ha licenziato una legge di amnistia, bocciata dal Tribunal Supremo de Justicia, e provato a consegnare alle imprese immobiliari il vasto piano di case popolari sviluppato dal governo, ma è stato respinto da poderose manifestazioni. Secondo i sondaggi, oltre il 60% dei cittadini ha capito l’antifona e ritiene inefficace l’attività parlamentare della Mud.

«È arrivata l’ora. Io sono pronto, ministri, compagni… sono pronto a consegnare al potere comunale le fabbriche chiuse da qualunque parruccone di questo paese», ha detto Maduro agli operai delle grandi imprese private. In base alle ferree leggi del lavoro, si può sospendere la produzione solo in presenza di situazioni catastrofiche, previste dall’articolo 72.

E a quello vuole rifarsi il miliardario Lorenzo Mendoza, proprietario della grande impresa Polar. Intanto, si è fatto sentire l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, padrino del paramilitarismo, che ha invitato gli Usa a intervenire militarmente in Venezuela «per appoggiare l’opposizione». E nel Tachira, alla frontiera con la Colombia, sono state scoperte armi e bombe e arrestati dei paramilitari. (prosegue)

Commento.

Il primo articolo del giovane Damiano, è il paradigma di come un giornalista, pur di campare, possa abbracciare tutti i peggiori luoghi comuni della propaganda neoliberista americana. E' interessante sia l'appiattimento su queste tesi che riempiono i giornali italiani (noti per la frenetica attività di copia & incolla) quanto l'assoluta pigrizia nel ricercare le cause della drammatica situazione in cui versa il Paese.

Perché la verità dei fatti è indiscutibile.

Il secondo articolo cui abbiamo fatto riferimento è quello della Colotti, più ricco in assoluto sia degli eventi più recenti che di un sottotesto che cerca di motivarli in maniera più problematica. Che non riesca a gerarchizzare i problemi e non fornisca logica agli eventi e cause ai problemi è legato alla appartenza a quel giornalismo "progressista" che si differenzia (ma non troppo) dal filone principale (e reazionario) senza riuscire a "scrivere come si mangia" e mettere sul tavolo (invece che sotto il tappeto) le vere ragioni dell'attuale situazione politica e sociale venezuelana.

Un ottimo riferimento storico contemporaneo può essere la ricostruzione di fatti, personaggi e situazioni che nel marzo 2015 scriveva l'Ambasciata Venezuelana in Italia, documento riportato nel sito antidiplomatico.it . Invitiamo a leggerlo, con un po' di pazienza, per capire il contesto generale del Paese, in Sudamerica ed inserito in una Alleanza Patriottica (ALBA) ed Economica, con un patrimonio comune agli altri di continue e sanguinose ingerenze da parte del vicino americano.

Di certo Maduro ed il suo governo hanno commesso molti errori ma la continuità con l'esperimento socialista di Chavez lo prevedeva. Chi oggi crede che un sistema più giusto, più ordinato, più rispettoso degli esseri umani invece che delle merci possa essere stabilito "per decreto" o possa "piovere dal cielo" od essere donato graziosamente da qualche magico leader si sbaglia grandemente.

Il passaggio dal sistema capitalista a quello socialista sarà entusiasmante ma duro, per la resistenza delle classi e dei pochi (in relazione al tutto) che questo sistema avvantaggia. Del resto, come possiamo stupirci? L'attuale realtà venezuelana è lo specchio di questa lotta tra nuovo e vecchio, benestanti e poveri, sinistra e destra, imperialismo e patriottismo etc.. etc..




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10 maggio 2016
Salviamo i bambini, ma anche il Paese ..

da lastampa.it

In Italia il 48% dei minori tra 6 e 17 anni non ha letto neanche un libro, se non quelli scolastici, nell’anno precedente. Il 69% non ha visitato un sito archeologico; il 55% non ha mai messo piede in un museo. E il 46% - in pratica uno su due - non ha svolto alcuna attività sportiva.

È il preoccupante quadro che emerge dal Rapporto di Save the Children «Liberare i bambini dalla povertà educativa: a che punto siamo?»´, presentato oggi a Roma in occasione della conferenza di rilancio della campagna Illuminiamo il Futuro

Sono la Sicilia e la Campania a detenere il triste primato delle Regioni italiane con la maggiore «povertà educativa», cioè quelle in cui è più scarsa e inadeguata l’offerta di servizi e opportunità educative e formative che consentano ai minori di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni. Al secondo posto della classifica in negativo, Calabria e Puglia.

Fanno da contraltare Lombardia, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, le aree più ricche di offerta formativa ed extracurriculare per i minori, con il record segnato dalle province di Trento e Bolzano. Questo il ritratto in chiaroscuro di un’Italia lontana dai target europei, in cui le opportunità per bambini e adolescenti sono esigue sia a scuola che fuori.  

L’analisi conferma la stretta correlazione tra povertà materiale ed educativa: sono 1.045.000 i bambini che vivono in povertà assoluta e si concentrano, appunto, in regioni come la Calabria o la Sicilia. Oggi nel nostro paese, oltre 1 milione di minori – il 10% del totale – vive in condizioni di povertà assoluta. Sono bambini in difficili condizioni economiche, a volte senza il necessario per vivere e senza servizi adeguati.

Ma come spiega la ONG, c’è anche un’altra povertà, ugualmente grave e drammatica: la povertà educativa, più nascosta e meno evidente, che agisce nel buio e che priva i bambini dell’opportunità di costruirsi un futuro. O anche solo di sognarlo. E in un devastante circolo vizioso alimenta la povertà economica di domani. (prosegue)

da tecnicadellascuola.it

Dall’inizio della campagna, Save the Children ha attivato in tutto il territorio nazionale 16 Punti Luce, in 9 regioni: Catania, Palermo, Bari, Brindisi, Gioiosa Ionica, Scalea, Napoli (3 Punti Luce), Roma (2 Punti Luce), Genova, Torino, Milano (2 Punti Luce), Sassari. In occasione del rilancio della campagna, verranno aperti altri due Punti Luce, a L’Aquila e tra qualche settimana a Potenza.

I Punti Luce sono spazi ad alta densità educativa che sorgono in quartieri svantaggiati delle città, all’interno dei quali i bambini tra i 6 e i 16 anni e le loro famiglie usufruiscono di diverse attività gratuite, tra cui sostegno allo studio, laboratori artistici e musicali, gioco e attività motorie, promozione della lettura, accesso alle nuove tecnologie, educazione alla genitorialità, consulenze pedagogiche, pediatriche e legali.

I Punti Luce hanno finora accolto complessivamente circa 5500 minori. Nel solo 2015 sono stati più di 4800 i bambini e ragazzi ad essere stati coinvolti nelle attività, di cui quasi 3100 sono iscritti e frequentano regolarmente i centri.

Sono inoltre state assegnate 500 doti educative, piani formativi personalizzati per bambini in condizioni accertate di povertà, che prevedono anche un contributo economico per l’acquisto, ad esempio, di libri e materiale scolastico, l’iscrizione a un corso di musica o sportivo, la partecipazione ad un campo estivo o altre attività educative individuate sulla base anche delle inclinazioni e talenti del singolo bambino. (continua)

Commento.

L'interessante bilancio dell'organizzazione Save the Children è riassunto e commentato anche nella pagina di Nuovi Lavori che spiega in maniera articolata soprattutto quali indicatori sono stati utilizzati per determinare il quadro generale del rapporto.

Questa precisazione perché sia sottolineata la trasparenza e la condivisione dei criteri con cui è stato decisa l'inchiesta ma soprattutto, i provvedimenti strategici e tattici che provvederanno, nell'intenzione degli aderenti, a migliorare questi numeri così drammatici da qui fino al 2030.

La domanda che emerge in maniera prepotente è: ma lo Stato Italiano a cui versiamo tasse nazionali e locali proprio ed anche per garantire l'istruzione pubblica e gratuita, dov'é? Le risposte possono essere varie ed eventuali perché articolate in una argomentazione analitica sulla scuola italiana dal '900 ad oggi, ma affrontare in questo modo il problema non ci interessa.

Articoliamo allora in maniera più precisa la domanda:

- Biblioteche: perchè bibliotecari, lettori volontari, libri, materiali didattici non vanno da coloro che non le conoscono e frequentano? Potrebbero esserci cicli di lettura ad alta voce, ma anche proiezioni di film e documentari dedicati, allestimento di piccole biblioteche, raccolte di libri usati e la creazione dei libri nomadi ..

- Librerie: perché non organizzano raccolte di libri usati tra i diversi clienti e creano un settore dedicato in cui i poveri possano accedere? Come possono pretendere che le future generazioni di consumatori di libri si possano formare senza un minimo reddito a disposizione per questo scopo?

- Organizzazioni di volontariato: perché lo stato non può coordinarle in campagne nazionali su tutto il territorio col sostegno di campagne informative e testimonial famosi (attori,cantanti,sportivi ..)?

Perché non sostenere questi progetti, d'ispirazione unitaria ma che camminano sulle gambe delle centinaia di associazioni e migliaia di uomini e donne di buona volontà, attraverso gli enti locali ma anche Prefetture o Forze dell'Ordine?

- Buoni cultura, da spendere nelle iniziative culturali diverse, non cumulabili.

- Circoli della Lettura (o della Cultura), che siano promossi dagli insegnanti nelle scuole ma anche nei migliaia di paesi da cui è composta l'Italia.

Nella classe politica, quanti leggono libri e partecipano alla vita culturale del Paese? Sarebbe interessante non solo creare un indice a proposito ma anche pretendere una patente per accedere a diversi livelli di responsabilità pubblica ..





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8 maggio 2016
Ipotesi curiose.

da ilmessaggero.it


In attesa di decollare dall'aeroporto di Philadelphia, stava risolvendo un'equazione differenziale sul suo block notes, quando la passeggera che gli stava accanto, insospettita da quei strani segni e dai sui tratti mediterranei, lo ha accusato di essere un terrorista.  È successo a Guido Menzio, torinese, professore di economia all'università della Pennsylvania. Secondo quanto riporta il Washington Post, l'economista era diretto a Syracuse, nello Stato di New York, per tenere un discorso alla Queen's University di Ontario, in Canada. Mentre era a bordo del volo 3950 dell'American Airlines, ha raccontato Menzio su Facebook, «la passeggera seduta accanto a me ha chiamato l'hostess e le ha passato un biglietto».

Il Professore, terrore degli studenti?


Ad insospettirla, probabilmente, anche i capelli scuri e ricci, la pelle olivastra e l'accento straniero del giovane docente della prestigiosa Ivy League. A quel punto l'aereo, pronto a decollare, è tornato indietro. Il professore è stato quindi fatto scendere e portato davanti ad alcuni agenti della sicurezza a cui ha potuto spiegare che quegli 'scarabocchì sul suo taccuino non erano i dettagli scritti in arabo, o un'altra lingua straniera, o anche qualche codice terrorista segreto per distruggere decine di vite di innocenti a bordo dell'areo. Quelle scritte erano semplicemente appunti di matematica.


da lastampa.it


Nel 2015, il giovane professore è stato insignito della Medaglia Carlo Alberto come miglior ricercatore all’estero. Senza dimenticare che è laureato alla prestigiosa Northwestern University, ha lavorato a Princeton ed è celebre in tutto il mondo accademico americano per la sua attività di ricerca. 

Intervistato dal Washington Post,il professor Menzio ha raccontato di essere stato trattato con rispetto dal personale di sicurezza, ma allo stesso tempo denuncia «un protocollo di sicurezza troppo rigido, basato sul contributo di persone che possono essere completamente incompetenti». 

Commento.

Procediamo come fossimo ricercatori universitari (comunisti, of course!) per spiegare il fatto:

1. Ipotesi SwissCheese Model (modello Groviera)


l’attempata viaggiatrice dell'accusa (l'Accusatrice) è stata colpita dal fascino del Professore (Prof.) e volendo conoscerlo meglio ha preso tempo rivolgendosi alla hostess. L’ hostess cui si è rivolta era già rimasta colpita dai modi spicci, quasi sgarbati, con cui il Prof. aveva rifiutato le bevande (calde e fredde) offerte, modi che gli avevano ricordato quelli del suo ultimo compagno che l'aveva abbandonata per la sua migliore amica.


Il Pilota dell’aereo, cui la hostess si è rivolta per segnalare il sospetto, era alla sua 12a. ora di volo (interno, dopo quattro scali) per cui, rincitrullito dalla stanchezza ed anche desideroso di approfondire la conoscenza con quella hostess che sapeva disimpegnata ma disponibile, aveva approfittato dell'occasione per tornare alla partenza con la speranza che i lunghi controlli gli avrebbero concesso un po' di riposo e tempo per fraternizzare con la pupa.


Tre attori (il Professore è l’ignaro passivo) le cui motivazioni hanno coinciso nel determinare, casualmente rispetto al motivo ufficiale (paura del terrorismo), l'accaduto.

2. Ipotesi di Pasternak o delle Storie Pazzesche ,


in cui il Prof. ha riunito in volo  tutti coloro che l'avevano cresciuto in ambito scolastico e  giudicato come "svogliato, inaffidabile e moltospesso sgarbato" (l'hostess non sbagliava!). Quindi inadatto ad una qualunque carriera intellettuale. Perché tutti potessero constatare il loro comune errore, e ricredersi prima del sicuro atterraggio L'Accusatrice, in particolare, era la sua maestra di Torino, che aveva subdorato il piano trovando la giustificazione del "terrorista" per farlo fallire.


3. Problematiche accademiche e sindacali


L'Accusatrice è una killer mediatica, reclutata da parte di una società segreta ed accademica locale chiamata Molly Maguires (vedi web) per vendicare gli antenati (minatori, operai irlandesi) dei suoi attuali appartenenti. L'attività del nonno del Prof., capo della Pinkerton, si era infatti  accanito verso i loro lontani affiliati parenti allo scopo di scoprirne l'identità e distruggerne l'organizzazione.


La denuncia per terrorismo del Prof. sarebbe stata una sorta di contrappasso per l'attività poliziesca del nonno, implacabile nell'attività antisindacale verso i poveri lavoratori irlandesi.

4. Sistemie protocolli di sicurezza rigidi,


"o del caxxo", come ha definito in privato (espressione non riportata dalla stampa) il Prof. perseguitato. Questa ipotesi potrebbe indurre tutta l'amministrazione dei voli civili, almeno di quelli interni, a rivederne i criteri di sicurezza.


Per suggerire, per esempio, ai passeggeri di dichiarare eventuali preferenze, attività o semplici attitudini che inducano al sospetto di attività terroristica quali: critico di cinema, semplice appassionato di documentari sociali, ecologista antiliberista, artista militante, studente critico, umanista, fisico e/o matematico, insegnante (di ogni grado), socialista o .. comunista!


5. L'Accusatrice ha riconosciuto il Professore come l'economista


che, attraverso la formula in elaborazione, le avrebbe fatto perdere i magri risparmi investiti in titoli. Terrorizzata da questa possibilità avrebbe denunciato in maniera veramente conseguente, anche se un po' didascalica, come terrorista il suo vicino di poltrona. 


Sia l'hostess che il pilota, contribuenti truffati dai fondi pensione americani, avrebbero immediatamente solidarizzato con la vecchia. Stesso comportamento sarebbe emerso nel personale di terra, al controllo nel momento del rientro, rivisto poi  per la minaccia di un licenziamento "in blocco" da parte della compagnia aerea, quotata in borsa e particolarmente interessata all'equazione in corso di risoluzione da parte del Professore.


Suggeriamo d'ora in poi la firma, per ogni passeggero, di una dichiarazione dal titolo "Ho terrore del terrore" in cui chi sottoscrive dichiari la sua profonda e nativa avversione verso questo fenomeno sociale e quindi auto certifichi la propria estraneità allo stesso. 


Potrà bastare?

 

 

 

 





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5 maggio 2016
Formaggio e salsicce per tutti?! .. qualcosa non quadra ..

Lastampa.it

Intervista al Procuratore Generale di Genova, responsabile dell'invio del caso in Cassazione.

«La mia figura viene di solito equiparata a quella dell’accusatore di professione. Ma io ho fatto l’opposto, stavolta, mi sembrava assurdo che venisse condannato il protagonista d’una storia del genere».

Antonio Lucisano è il magistrato che, nella veste di sostituto procuratore generale, ha chiesto alla Cassazione di assolvere Roman Ostriakov, l’ucraino che la Corte d’appello di Genova aveva condannato a sei mesi per furto. 

Aveva prelevato senza pagare da un supermarket Ekom quattro «Wuber» e due pezzetti di formaggio. Pur rappresentando la pubblica accusa, Lucisano è l’unico che ha presentato ricorso, innescando la sentenza di cui da ieri si discute un po’ ovunque: «Basta pensare al tipo di alimento che ha rubato: un pacchetto di würstel, dico, nemmeno un surgelato o qualcosa che devi cucinare. È chiaro che lo volesse aprire e mangiare subito…».  

La giustizia perde tempo in processi che non si dovrebbero celebrare, o adesso si dà licenza di rubare in determinati casi?  

«La giustizia deve fare cose giuste. Punto. E il magistrato è un uomo dello Stato, pagato e qualificato per stabilire se un furto è commesso da una persona che ha disperatamente bisogno, se è solo una sciocchezza o, appunto, un furto in tutto e per tutto. A me invece pareva che il verdetto su quest’uomo fosse stato un po’, come dire...». (prosegue in rete)

La sentenza.

Suprema Corte di Cassazione
Sezione V Penale
Sentenza 7 gennaio – 2 maggio 2016, n. 18248
Presidente Fumo – Relatore Morelli

Con la sentenza impugnata, la Corte d'Appello di Genova ha confermato la sentenza del Tribunale di Genova dei 24.10.13 che condannava alla pena di giustizia, previa concessione dell'attenuante di cui all'art.62 n°4 c.p. con giudizio di equivalenza sulla recidiva, O.R., ritenuto responsabile di furto.

Ritenuto in fatto

Propone ricorso il Procuratore Generale deducendo violazione di legge in ordine alla qualificazione giuridica dei fatto e difetto di motivazione in ordine alla prospettata derubricazione dei reato consumato in reato tentato ed alla applicazione della previsione di cui all'art.131 bis c.p.

Si sostiene che la Corte d'Appello non avrebbe valutato la possibilità di ritenere configurabile la fattispecie di cui all'art.626 n°2 c.p. (considerato che l'imputato, persona straniera senza fissa dimora, si era impossessato di generi alimentari del valore di 4 euro) e, in ogni caso, l'ipotesi tentata, dal momento che l'imputato era stato notato da un cliente mentre si impossessava della merce ed era stato immediatamente segnalato al personale che l'aveva bloccato, ottenendo la pronta restituzione dei beni.

Il Tribunale ha dato conto dei motivi per cui ha escluso che, nel caso di specie, fosse configurabile il reato tentato ( l'autore del fatto non fu seguito e sottoposto a sorveglianza da parte del personale dei negozio, ma semplicemente sorpreso da un cliente mentre infilava in tasca la merce).

La Corte d'Appello ha replicato alla doglianza difensiva relativa alla mancata configurazione dei furto lieve per bisogno con argomentazioni che non possono essere condivise, avendo travisato le risultanze processuali che, se correttamente interpretate, portano a concludere per la sussistenza della scriminante di cui all'art.54 c.p.

Il furto ha avuto per oggetto due porzioni di formaggio ed una confezione di wurstel del valore complessivo di quattro euro; l'imputato ha pagato alle casse soltanto una confezione di grissini ed ha nascosto gli altri generi alimentari sotto la giacca ( a quanto risulta dalla sentenza di primo grado).

Risulta altresì dalla lettura delle sentenze di merito, come l'O. fosse soggetto privo di dimora e di occupazione.

La condizione dell'imputato e le circostanze in cui è avvenuto l'impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad una immediata ed imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità.

L'accertamento, in questa sede, dell'esistenza di una causa di giustificazione impone l'annullamento della sentenza impugnata perchè il fatto non costituisce reato (Sez.U n.40049 del 29.5.08 Rv.240814).

Il ricorrente reputa, in ogni caso, sussistenti i presupposti per l'applicazione dell'art.131 bis c.p. non ostandovi la contestata recidiva. Ha presentato una memoria il difensore d'ufficio dell'imputato sostenendo le argomentazioni svolte nel ricorso.?

Considerato in diritto

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il fatto non costituisce reato.
Così deciso il 7 gennaio 2016.

Commento.

La notizia ha del sensazionale perché riconosce il diritto a sopravvivere per un povero. Ma è giustificata questo stupore? No. Per alcuni motivi, che andiamo ad elencare:

1. La morte per fame, nell'opulenta società occidentale, è considerata per ragioni etiche e morali una colpa della società. Per questo viene evitata attraverso la carità, l'elemosina da parte di quelle persone od organizzazioni che ne fanno una missione.

Aggiungiamo una precisazione: il rischio di morte per fame deve essere INDIVIDUALE e di conseguenza l'assistenza, per evitare di trasformare un problema singolo ed un provvedimento caritatevole in un problema sociale (collettivo) e di giustizia.

2. Mentre non manca giorno che sulle notizie appaiono articoli, a favore, o contro determinati cibi o stili di vita, ricette di vita eterna o di morte sicura, viene tollerato ed anzi incentivato che milioni di persone facciano del cibo una SEDAZIONE ed un PREMIO compensatorio per la cattiva qualità di vita che trascorrono. Con la conseguenza dell'aumento degli obesi soprattutto tra i più giovani, con le conseguenti patologie collegate.

Di più! Da alcuni anni sul cibo è stato fatto un investimento economico senza precedenti (in occidente) per farlo diventare il primo attore sulla scena, dopo il fallimento della campagna alimentare dell'ONU sulla lotta alla fame nel mondo. Non poteva essere disincentivata una campagna così costosa punendo l'appropriazione indebita di wurster e formaggi!

3. Se la morte per fame, in occidente e per la singola persona, può essere evitata per legge, così non è sicuro per altre CONDIZIONI che mettano a rischio la salute dei cittadini. Un posto dove abitare, per esempio,  che non sia la strada o l'edificio diroccato, oppure un lavoro che permetta un reddito minimo con cui poter gestire una minima qualità dell'esistenza.

Ovviamente anche in questo campo le contraddizioni esistono e vanno aggravandosi. Un esempio è quello delle CASE OCCUPATE, fenomeno che ebbe la massima espressione negli anni '70, diventato endemico successivamente e da alcuni anni contrastato vivacemente sulla base di campagne d'ordine corali per il recupero di volumetrie a favore dei costruttori privati o degli amici degli amministratori pubblici.

4. I magistrati che hanno così deciso avevano in mente anche il problema del sovraffollamento delle carceri per reati cosidetti "bagattelari" e quindi irrilevanti nei confronti del singolo danneggiato (un supermercato danneggiato per 4€!) e della società (pericolo sociale).

Una prevalenza del concetto giuridico di proporzionalità della pena, realistico e fondato sul "buon senso borghese del '900" che, per esempio negli Stati Uniti, è stato sopraffatto da quello molto più moderno, dell'investimento nella costruzione di carceri, e quindi nel business della galera.

Con la necessità quindi di mandare un sacco di persone in prigione anche per delle vere e proprie "bagatelle": in questo l'America detiene il primato mondiale dei cittadini in galera rispetto alla popolazione totale.

A volte una piccola notizia può essere occasione di riflessioni, soprattutto quando i media evitano di confrontarsi su cause ed effetti dei fenomeno sociali.

Un saluto.




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3 maggio 2016
I nuovi analfabeti: usano Facebook, ma non sanno interpretare la realtà
da Wired.it

Se chiudo gli occhi e immagino un analfabeta, penso ad una persona che firma con una X al posto del nome.?Ma sbaglio. Un analfabeta, ci ha ricordato l’OCSE pochi giorni fa, è anche una persona che sa scrivere il suo nome e che magari aggiorna il suo status su Facebook, ma che non è capace “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.?Certo, sono due analfabetismi diversi: quello di secondo tipo si chiama analfabetismo funzionale e riguarda quasi 3 italiani su 10, il dato più alto in Europa.

Un analfabeta funzionale, apparentemente, non deve chiedere aiuto a nessuno, come invece succedeva una volta, quando esisteva una vera e propria professione – lo scrivano – per indicare le persone che, a pagamento, leggevano e scrivevano le lettere per i parenti lontani.? Un analfabeta funzionale, però, anche se apparentemente autonomo, non capisce i termini di una polizza assicurativa, non comprende il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico Non è capace, quindi, di leggere e comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.

Tre italiani su 10, ci dice l‘OCSE, si informano (o non si informano), votano (o non votano), lavorano (o non lavorano), seguendo soltanto una capacità di analisi elementare: una capacità di analisi, quindi, che non solo sfugge la complessità, ma che anche davanti ad un evento complesso (la crisi economica, le guerre, la politica nazionale o internazionale, lo spread) è capace di trarre solo una comprensione basilare.?



A questo link una infografica (?) più esauriente.

Un analfabeta funzionale, quindi, traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette (la crisi economica è soltanto la diminuzione del suo potere d’acquisto, la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta il prezzo del gas, il taglio delle tasse è giusto anche se corrisponde ad un taglio dei servizi pubblici…) e non è capace di costruire un’analisi che tenga conto anche delle conseguenze indirette, collettive, a lungo termine, lontane per spazio o per tempo.

Sarà che forse sono un po’ analfabeta funzionale anche io, ma leggendo i dati dell’OCSE ho subito pensato ad un dialogo di qualche anno fa, tra me e una collega. All’epoca ero una maestra della scuola primaria. Era una bella giornata di sole: io e la mia collega di italiano avevamo portato le classi in terrazza per la ricreazione e parlavamo del più e del meno.

Ad un certo punto mi è venuto in mente di consigliare alla collega di italiano la lettura di un libro che avevo appena terminato e lei mi rispose, candidamente: Grazie, ma io non leggo libri. Mai? chiesi. Mai – rispose la collega – l’ultimo libro l’ho letto quando ho preso la maturità, perché dovevo portarlo all’esame. Non ho mica tempo, per leggere, e poi mi annoio. (continua)

da Dudemag.it

Ed ecco infatti che due anni più tardi (2008 NdR), commentando su Internazionale i risultati di alcune ricerche, De Mauro lancia l’allarme e contribuisce a diffondere l’idea terrificante secondo cui l’80% della popolazione italiana è funzionalmente analfabeta, ovvero non «possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea».

È forse proprio questo l’inizio della psicosi. In realtà, se non c’è da andar fieri delle classifiche che vedono l’Italia agli ultimi posti per quanto riguarda i risultati della scolarizzazione, non occorre nemmeno esagerare, ed è quindi il caso di fare un po’ di fact checking usando le stesse fonti da lui citate.


( ... )

La cosa più importante di tutte, comunque, è che né le premesse metodologiche, né le spiegazioni che accompagnano i risultati delle varie ricerche, sostengono in alcun punto che la popolazione che non riesce a superare il livello 3 sia da considerarsi “funzionalmente analfabeta”: quella è una deliberata invenzione di De Mauro.

Secondo gli stessi ricercatori che hanno condotto l’indagine ALL in Italia (e stando a una pubblicazione di Vittoria Gallina che De Mauro cita nel suo articolo), gli analfabeti funzionali nel nostro paese non sono l’80 né il 60 né il 30%, ma il 5,4%, una cifra ben lontana da quelle paventate (si veda qui, pp. 32-33).

In realtà, come sostenevamo, nessuna definizione sensata di “capacità di orientarsi in una società contemporanea” può escludere l’80% della popolazione, quindi quel numero, scelto per attirare l’attenzione, si riferisce a una soglia di funzionalità elevata che esclude molti “alfabetizzati”, e tanto varrebbe decidere che nessuna persona può vivere in maniera soddisfacente la propria vita senza comprendere la teoria della relatività generale di Einstein.

Se dobbiamo prendere sul serio l’idea che la “funzionalità” è relativa a una cultura o gruppo di riferimento in cui l’uso di certe abilità è “normalmente presunto”, delle due l’una: o cambiamo definizione o buttiamo via quelle ricerche, evidentemente condotte in maniera sbagliata, che hanno dato risultati paradossali. (continua .. ed è interessante)


Commento.

La difficoltà di commentare queste notizie e dati è data dallapparente 'iniziale conferma di un appiattimento generale verso una cultura "nazional popolare" che privilegia trasmissioni televisive banali e grossolane (di cucina, talk show, serie popolari, film d'azione ecc.. ) che viene contraddetto da una analisi più precisa come quella fatta da Erik Boni nel suo interessante (ma un po' più complesso) articolo a cui ci siamo riferiti.

Chi ha ragione? Forse tutti e nessuno ..

In realtà proprio l'accenno finale dell'articolo di Boni, in polemica con l'articolo di un'altra giornalista, è illuminante: "si viene a sapere che l’analfabeta funzionale è soltanto una persona peggiore di noi (stato di grazia), come chi legge Fabio Volo perché lo trova rilassante, chi legge Moby Dick ma saltando le parti sulla caccia alla balena; si salverà invece chi legge Moby Dick balene comprese, e in più Henry James, Ira Levin, Jeanette Winterson, Augusten Burroughs, E.M. Forster, J.K. Rowling, John Wyndham, George R.R. Martin, Thomas Hardy, Edith Warton, Kurt Vonnegut, Tom Robbins, Benni, Pratolini, Calvino, Arbasino, Ginzburg, Morante, la serie degli Hunger Games .. Alla fine, era molto semplice. Gli analfabeti funzionali sono le persone che non ci piacciono, i diversi da noi."

La valutazione del fenomeno che diventa espressione del più sfrenato individualismo egocentrico, esclusivo e miope. Soprattutto sarà interessante valutare le nuove competenze che hanno sostituito quelle più tradizionali all'interno di uno o più gruppi completamente diversi dalla classe dirigente che abbiamo imparato a conoscere. Il Bomba (Matteo Renzi) ne è un rappresentante di successo (il suo).

Possiamo cominciare a riassumerne qualche caratteristica:

- l'utilizzo della rete e dei social network in maniera sistematica, costruendo un racconto sulla base di veri e propri fotogrammi di vita, pensieri e concetti  che trascendono una visione complessiva ma che la formano progressivamente e spesso in maniera contraddittoria, superficiale.
- la prevalenza dell'immagine rispetto al segno calli(grafico) ed anche questa raccolta in clip che rappresentano una via di mezzo tra la tradizionale fotografia ed il film (lungometraggio)
- la brevitò, la frantumazione di ogni racconto od espressione a favore dell'omissione e del non detto (o scritto), lasciando che sia l'interlocutore a continuare (ed interpretare) la relazione.
- la personalizzazione del giudizio, della storia, delle fonti, delle esperienze nella propria esperienza senza alcuna necessità di generalizzazione ma anche come ultima ancora nell'interpretazione di un mondo troppo complesso e difficile da decifrare.

Un saluto.








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1 maggio 2016
In memoria di Claudia B. (e dei suoi due figliolini)
da Corriere.it

Stavolta la tragedia è avvenuta nel tempio dell’ostetricia italiana. Dopo visite mediche ripetute in ben tre ospedali. Giovedì intorno alle due del pomeriggio alla clinica Mangiagalli di Milano è morta Claudia Bordoni, alla 24 esima settimana di gravidanza.

Originaria di Grosio in Valtellina, milanese d’adozione, 37 anni, manager in campo assicurativo, ancora nessun figlio, il suo sogno era di diventare mamma. Grazie alla fecondazione assistita era riuscita a restare incinta di due gemelli. Morti nella sua pancia assieme a lei.

Sei mesi passati a entrare e a uscire dagli ospedali. Il San Raffaele, dove si è sottoposta alla Pma e ha eseguito numerosi controlli. Busto Arsizio, dove si è rivolta al Pronto soccorso. Infine la Mangiagalli, dov’era ricoverata nel reparto di Patologia della gravidanza da 36 ore. (continua)

da Repubblica.it

La Procura di Milano indaga per l'ipotesi di reato di omicidio colposo. L'inchiesta è coordinata dal pm Maura Ripamonti e dal procuratore aggiunto Nunzia Gatto, e l'autopsia verrà effettuata probabilmente a metà della prossima settimana.

Prima, infatti, gli inquirenti dovranno acquisire tutte le cartelle cliniche dei due ospedali e anche di quello di Busto Arsizio (Varese), dove la donna è stata visitata, e probabilmente poi anche come atto dovuto a garanzia procederanno alle iscrizioni dei medici che si sono occupati del caso nel registro degli indagati. "Siamo ancora in una fase preliminare delle indagini", ha precisato il procuratore Pietro Forno.

Nel frattempo, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha inviato gli ispettori per far luce su quanto accaduto.  "La task force dei professionisti nominati da Agenas, carabinieri del Nas e dal rappresentante delle Regioni - si legge nella nota del ministero - dovrà accertare se a determinare il decesso di Claudia Bordoni abbiano contribuito difetti organizzativi della struttura sanitaria e se siano state rispettate tutte le procedure previste a garanzia della qualità e sicurezza delle cure". (continua)

Intervista ad un esperto

"Il rischio non è dato dalla procreazione medicalmente assistita, ma dalla gravidanza gemellare: anche se alla fine la maggior parte delle gestazioni multiple si conclude in modo positivo, è ormai accertato che queste comportano maggiori rischi sia per la mamma sia per i figli. Per questo stiamo cercando di ridurle"

da Ilgiorno.it

"Per chi è di Grosio, per chi non lo è da sempre - scrive Rossella P. sulla pagina Facebook di 'Sei di Grosio se...' - mi permetto umilmente di esprimere come mamma e come nonna il dolore che oggi è calato, come una nuvola scura, su questa comunità. Buon viaggio dolce mammina!".

Ancora increduli i grosini che affidano i loro commenti sulle pagine Facebook e sul web. "In una Grosio ancora sgomenta per la tragica scomparsa della sua concittadina Claudia si è inaugurato oggi nel parco della Villa Visconti Venosta la nuova 'Area del sorriso', la prima del suo genere in Valtellina". E ancora: "Oggigiorno non è possibile! Come possono accadere tragedie simili?" (continua)


Commento.

La morte di una madre con i suoi due figli può essere vista solo come un dramma personale. Può essere anche occasione di accuse di sapore elettorale per denigrare l'uno o l'altro competitore sul mercato del voto, sia esso singolo candidato, partito o area politica.

I comunisti mettono al primo posto la necessità di capire le cause degli avvenimenti, le tendenze e le loro direzioni, le contraddizioni e la dialettica che le governano sulla base dell'organizzazione dell'economia e quindi dei relativi rapporti sociali.

In questo caso abbiamo diversi elementi di riflessione di cui i principali sono:

1. l'età avanzata (ma non troppo) della vittima, la gravidanza gemellare, e la instabilità del suo decorso a causa di frequenti minacce di aborto: sono i dati clinici.

- Tenendo in conto la difficoltà di isolare questi contesti dalla realtà del fatto occorre sottolineare che, da quanto riferito dalla stampa (che avete trovato all'inizio del post) è abbastanza chiaro il contesto clinico: la signora è una donna sana ma con alcuni fattori di rischio quali l'età attempata e la gemellarità. In un documento del Ministero della Salute, presente in rete si analizzano le cause ed i rimedi delle morte maternr (e fetali) delle donne gravide, con ammirabile presenza di dati (europei) e facilità alla lettura.

E' il DOCUMENTO DI INTEGRAZIONE ED INDIRIZZO RELATIVO ALLA RACCOMANDAZIONE PER LA PREVENZIONE DELLA MORTE MATERNA CORRELATA AL TRAVAGLIO E/O PARTO che riassume nella prima pagina lo scopo e la sintesi del documento come:

"La mortalità e la morbosità materna correlate al travaglio e/o al parto sono fenomeni sempre più rari nei paesi socialmente avanzati. Tuttavia le indagini confidenziali e i comitati sulla mortalità materna, istituiti in diversi paesi europei, rilevano un’incidenza del fenomeno maggiore di quanto le notifiche volontarie riportino e stimano che circa la metà delle morti materne rilevate potrebbe essere evitata grazie a migliori standard assistenziali (1-3). Target di questo documento sono le donne in gravidanza, assistite per l’espletamento del travaglio e/o parto all’interno delle strutture ospedaliere."

2. il ricorso, nei momenti di necessità clinica, a diverse strutture ospedaliere (S.Raffaele, Ospedale di Busto Arsizio, Clinica Mangiagalli)  in una regione che vanta una elevata performance sanitaria come la Regione Lombardia: è il contesto organizzativo della gestione di una gravidanza a rischio.

- Il passaggio dauna struttura all'altra aumenta il rischio che ogni volta si abbia a che fare con medici diversi, procedure interne, protocolli, linee guida e tradizioni cliniche differenti. E questo rischio non è facilmente valutabile anche se, in questo caso, la donna è transitata giustamente da strutture semplici e generali a quelle complesse e specializzate.

Una domanda resta: quanto era stata edotta la paziente dai fattori di rischio presenti, quanto informata della procedura migliore per accedere all'assistenza sanitaria, quanto eventualmente sollecitata ad una condotta di vita adeguata al caso od eventualmente ad un ricovero protetto?

3. l'informazione e la cronaca dei media sul caso, come cronaca locale o nazionale, sui giornali, Tv o sul web. Gli approfondimenti relativi al problema (morti materne o fetali) ma anche alle soluzioni date fino ad ora: è la dimensione informativa, formativa e d'inchiesta giornalistica sul fenomeno.

Dalle notizie riportate, dalle fonti consultate si può dire che è difficile prevedere quale esito avrà l'evoluzione dell'informazione sul caso. E' molto probabile che approdi a "Porta a Porta" e venga affrontato da opinionisti vari e variopinti, oppure nei più spigliati talkshow con l'adeguato mix di donne coinvolte a vario titolo, opinionisti (mai assenti!), avvocati ecc.. ecc..

Intanto il problema sarà occasione di riflessione nella stampa scientifica e nelle strutture di qualità (risk management) assolutamente impermeabili al giornalismo scientifico (misero nel nostro Paese..) ed a quello relativo all'organizzazione (accademico e teorico perchè la realtà organizzativa è sigillata dal segreto industriale o da quello amministrativo).

4. le reazioni del sistema amministrativo ospedaliero, della magistratura, del governo centrale e periferico all'evento: la reazione della classe dirigente, dei politici e dei partiti, l'aspetto più "politico" della reazione a questo dramma.

A partire dalla periferia (azienda ospedaliera e governi locali) fino ai piani alti della politica è opportuno ricordare che MAI la responsabilità è dell'organizzazione (presente o assente) quanto del singolo operatore (sanitario, in particolarmodo). Le diverse sentenze lo dimostrano in modo esemplare.

Quando inoltre, come in questo caso, sarà difficile stabilire una responsabilità individuale perché l'evento è risultato di un flusso di processo tra decine di operatori ed almeno tre strutture diverse, secondo una logica di progressione ragionevole, tutto si concluderà con un indennizzo in denaro ma senza alcuna riflessione generale e collettiva.

O meglio. La riflessione sarà esclusiva per epidemiologi e piccolo gruppo locale degli operatori coinvolti. Oltre al momento di dramma personale, familiare e della comunità cui apparteneva la donna, tutti impotenti ad evitare un altro simile caso.

Le contraddizioni emergono anche da questa piccola rassegna e commento, come dovrebbero emergere anche le soluzioni generali ad un problema come questo. Fatto salvo il buono ed applicabile documento ministeriale cui abbiamo accennato (e corredato di link alla rete) una via sarebbe di aumentare la democrazia sui luoghi (sanitari in questo caso) di lavoro per rispondere alle domande: per chi lavoriamo? quali prestazioni produciamo? come le produciamo? quali effetti negativi producono, e perché? come possiamo migliorare? con quali strumenti possiamo rispondere meglio a queste domande?

Ditemi voi  se oggi andiamo in questa direzione, oppure serve il socialismo (od una società dell'umanesimo) per evitare questa e tante altre morti dovute alla disorganizzazione produttiva sociale.







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27 aprile 2016
Libertà per le merci, lager per i migranti.
Da repubblica.it

E l'ufficio studi della Cgia lancia un allarme: degli 89 milioni di tonnellate di merci che complessivamente transitano ogni anno lungo i nostri confini alpini su Tir, 29 sono "assorbiti" dal valico del Brennero. Se poi aggiungiamo anche gli 11,7 milioni di tonnellate di merci che viaggiano su ferrovia, la dimensione complessiva delle merci in transito sul Brennero supera i 40 milioni di tonnellate all'anno. E' evidente che la decisione di ripristinare i controlli al Brennero colpirà soprattutto l'autotrasporto con ricadute su tutto il sistema produttivo, soprattutto quello legato alle esportazioni.

da Nextquotidiano.it

“Secondo uno studio redatto dall’associazione degli autotrasportatori belgi – segnala il coordinatore della Cgia Paolo Zabeo – ogni ora di lavoro costa mediamente 60 euro. Con un ritardo di sole 2 ore è stato stimato un aumento dei noli del 10% che ricadrà, nel medio e lungo periodo, sui costi e quindi sui prezzi dei prodotti e di conseguenza sul consumatore finale”.

I controlli al Brennero rischiano di colpire tutto il sistema produttivo, soprattutto quello legato alle esportazioni
.

Il 75% del commercio intraeuropeo avviene su gomma e, secondo i dati di Alpinfo sono 89 i milioni di tonnellate di merci che annualmente transitano su Tir lungo i principali valichi dell’arco alpino così distribuiti: Monte Bianco:8,3; Gottardo:9,3; Frejus:10,0; Tarvisio:15,2; Ventimiglia:17,3; Brennero:29.

Se dopo l’Austria anche altri paesi chiudessero le frontiere l’eventuale sospensione/abolizione dell’intera area Schengen avrebbe delle ricadute molto negative sull’autotrasporto che, assieme all’edilizia, è stato uno dei settori più colpiti dalla crisi.

Secondo una elaborazione Cgia su dati Infocamere-Movimprese, tra il 2009 e il 2015 il numero complessivo delle aziende di questo settore è sceso di oltre 22 mila unità. Al 31 dicembre 2015 erano attive 86.590 imprese. Le aree territoriali più colpite da questa moria sono state quelle di confine (Friuli Venezia Giulia -27,1%, Piemonte -25,3%, Liguria -24,4%, Lombardia -23,4%, Trentino A.A. -21,8%, Veneto -19,8%,) dove, tra le altre cose, è maggiore la presenza dei vettori stranieri provenienti in particolar modo dai paesi dell’Est che da anni praticano una concorrenza sleale nei confronti dei nostri operatori non rispettando, in particolar modo, i tempi di guida e le normative in materia di cabotaggio.

Con l’eventuale ripristino dei controlli frontalieri
, molti operatori stranieri dell’autotrasporto potrebbero stabilirsi più a lungo nel nostro territorio, con evidenti ricadute negative per i nostri autotrasportatori. L’eventuale blocco di Schengen per Cgia avrebbe infine un effetto dirompente anche per l’Unione europea che nella peggiore delle ipotesi potrebbe costare fino a 94 miliardi di euro all’anno.


Confine (di mare) tra Francia ed Inghilterra.

da Askanews.it

"Non possiamo accogliere tutte le miserie del mondo", aveva spiegato il ministro dell'Interno Wolfgang Sobotka, assicurando che Vienna non agirà "per piacere", "ma perché gli altri paesi non stanno facendo il loro lavoro" sul controlli dei migranti. Il progetto di legge adottato dal Parlamento prevede, in particolare, che la richiesta di un richiedente asilo per avviare la procedura potrà essere rifiutata già al confine e il migrante rispedito nello stato confinante. Saranno contemplate eccezioni solo per coloro che hanno parenti stretti residenti in Austria o per coloro che rischiano torture o trattamenti disumani nei paesi in cui verranno rinviati.

Per congedare il decreto in tempi rapidi è stata prevista la procedura d'urgenza, senza perizie di esperti esterni. Lo stato di emergenza subentra quando "l'ordine pubblico o la sicurezza interna" non può essere più garantita a causa dell'alto numero di rifugiati. Può essere dichiarato la prima volta per sei mesi e poi rinnovato fino a un massimo di due anni. La grande coalizione (tra socialdemocratici e popolari) al governo in Austria ha stabilito che quest'anno non potranno essere accolti più di 37.500 rifugiati, dopo che l'anno scorso ne era stato accolto un numero record di 90.000.

Questa politica - scrive il quotidiano tedesco di Welt - avrà certamente ripercussione sulla libertà di viaggio all'interno dell'Ue: al Brennero, principale valico tra Austria e Italia, si tornerà con tutta probabilità ad introdurre i controlli di frontiera. Ogni anno varcano questo passaggio circa 6 milioni di auto e 2 milioni di camion.

Commento.

Quando rispondo a chi mi chiede "Tutto bene?!?!" che la situazione è eccellente perchè dinamica ed in evoluzione, mi riferisco alla profonda instabilità della società capitalistica. Dialetticamente, questa realtà produce sia aspetti negativi (guerra, emigrazioni, fame, dolore e violenza) quanto elementi positivi (resistenza, opposizione, rivolta e combattimento).

L'esempio di queste ore è chiarificante. L'Austria, dove le masse popolari hanno premiato alle elezioni una formazione di ultra destra, si minacciano e d attuano barriere per bloccare le frontiere. La giustificazione è: vogliamo che nel nostro paese entrino tutti coloro che ne hanno diritto (d'asilo, ecc..) e visto che nessun altro paese esercita questo controllo lo facciamo noi, in maniera sistematica.

C'è poco da obiettare a questa affermazione, quantomeno chiara. che nega il diritto alla libera circolazione in Europa da parte di coloro che fuggono guerre e miseria provocate (o meglio, non impedite) e facilitate proprio dalle potenze europee.

La risposta a questa posizione e provvedimento è esemplare: il Bomba (Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi) si erge a paladino della legalità ed a difesa dei trattati che ormai valgono quanto la carta su cui sono stati scritti. La realtà però si incarica di spiegare i motivi di questa opposizione: sono i costi sulle merci, che aumenteranno, per mantenere questo blocco che ne giustificano tutto l'interesse.

Gli articoli che vi abbiamo proposto spiegano per filo e per segno, con i numeri, la sensibilità umanitaria del Premier e dei suoi sostenitori. Che non hanno neanche l'onestà di dichiararsi fieri difensori del mercato delle merci. Per questo non posso non essere ottimista sul futuro del socialismo in questo nostro Paese, sul futuro della politica onesta, trasparente e giusta.

Verso gli uomini, per prima cosa.



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16 aprile 2016
Saviano, ovvero il buon giornalismo.

Pagando il prezzo di una pubblicità (30 secondi) una ottima lezione di giornalismo antimafia.

Commento.

Ogni decina d'anni è possibile godere di un servizio giornalistico, di una lezione, da parte di un qualche giornalista che ha deciso di non essere un servo del potere. E' così difficile? Certo, è difficile, perché vuol dire stare fuori dalle trasmissioni popolari, fuori dalle fasce orarie migliori, fuori dai giri che portano lavoro, fuori dal club dei leccaculi.

Ogni comento a questo video è superfluo. Basta paragonarlo ai tanti commenti ed opinioni dei sedicenti giornalisti ed uomini di cultura che dietro compenso (monetario o d'altro tipo) preferiscono nascondere la verità, confondere le idee, creare una cortina fumogena attorno alle organizzazioni criminali ed ai loro sostenitori del bel mondo politico, dell'economia e della finanza.



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13 aprile 2016
L'umanista tecnologico.

da Agoravox.it

L’ultima volta che ho visto Gianroberto è stata il 14 marzo scorso e, devo dire, che non mi aveva fatto una buona impressione: tutto lasciava capire che ci fosse stata una ripresa del male che lo aveva colpito circa 2 anni fa. Per delicatezza non gli chiesi nulla, ma lui stesso fece cenno alla ripresa del trattamento clinico che lo buttava giù. Tuttavia, non sembrava che potesse esserci un crollo imminente. Ci eravamo lasciati con una serie di progetti comuni da realizzare.

Voleva riprendere le iniziative di formazione on line che avevamo sperimentato sulla questione delle leggi elettorali e mi chiedeva la disponibilità che, ovviamente, c’era, parlammo del mio libro sull’Isis (per il quale poi mi fece registrare l’intervento comparso alcuni giorni fa sul sito), parlammo della necessità di avviare sin da ora la formazione del programma per le politiche ed io insistetti molto sul punto della politica estera troppo trascurato dal M5s, e parlammo di un comitato M5s per il No alle riforme istituzionali. Appunto: non prevedevamo un crollo imminente o, forse, ci eravamo illusi entrambi che ci fosse ancora diverso tempo davanti.

Più dell’aspetto politico, ora mi addolora la scomparsa dell’amico, perché di Roberto ero diventato amico quasi subito dopo che ci eravamo conosciuti, nel gennaio 2014. Abbiamo avuto una frequentazione breve, ma abbastanza intensa. Mi divertiva provocarlo, punzecchiarlo, perché gli dicevo che dava il meglio di se quando si incazzava. Lui era un utopista, un sognatore, io sono sempre stato un realista e, quando gli smontavo qualche “visione” la cosa lo faceva arrabbiare molto seriamente. E forse fu per questo che un anno fa non riuscimmo a mettere insieme il libro-discussione sulla democrazia diretta che avremmo dovuto fare con Massimo Fini: proprio non riuscivamo a capirci fra il suo utopismo ed il mio realismo. (prosegue)


Il forte legame tra i due leader faceva considerare Grillo per Casaleggio come un fratello.

da Wired.it

La morte di Gianroberto Casaleggio ha spiazzato quanti lo consideravano una voce che si sarebbe espressa ancora a lungo su politica, innovazione e destini della rete in Italia. Ecco alcune delle sue previsioni, più o meno originali, che spaziano dalla tecnologia alla politica.

1. Le competenze tecnologiche di pochi al servizio delle nazioni
Come spiegava intervenendo al Forum Ambrosetti di Cernobbio, “il futuro quindi sarà una competizione globale per le persone dotate di skill tecnologici per lo sviluppo delle singole nazioni, nell’ambito della tecnologia, dell’innovazione, cosa che sta già avvenendo negli Stati Uniti, con programmi mirati alla attrazione di ingegneri, informatici e persone con forti competenze tecnologiche per supplire alla cronica mancanza di risorse . La stessa cosa avverrà anche nel resto del mondo e ovviamente anche in Italia, che dovrà preoccuparsi di attrarre talenti tecnologici per il proprio sviluppo”.

2. Un controllo sovranazionale sui giganti della Rete
Più che una previsione, un auspicio: esprimendosi sul tema dei colossi della rete e della mancanza di rispetto sulla privacy, come rivelata anche dal Datagate, Casaleggio sosteneva che “ci vuole un controllo sovranazionale su questi giganti, che non può essere delegato semplicemente ai consigli di amministrazione di Google o di Facebook per quanto riguarda la privacy, perché altrimenti si rischia una deriva in cui questi gruppi assumono un potere politico superiore a quello degli stati”.

3. Il possibile conflitto tra democrazie dirette e dittature orwelliane
Un’ipotesi che nasce dalla constatazione di come la rete renda possibili due estremi: “la democrazia diretta con la partecipazione collettiva e l’accesso a un’informazione non mediata, oppure una neo-dittatura orwelliana in cui si crede di conoscere la verità e di essere liberi, mentre si ubbidisce inconsapevolmente a regole dettate da un’organizzazione superiore”. Secondo Casaleggio, quindi, “è molto più probabile che il controllo totale dell’informazione e l’utilizzo dei profili personali dei cittadini relativi a qualunque aspetto della loro vita avvenga nei Paesi dittatoriali o semi dittatoriali e che la democrazia diretta si sviluppi nelle democrazie occidentali e che queste aree in futuro confliggano.

4. I partiti si estinguono ma la politica no
Secondo Casaleggio, “nel futuro daremo la delega a governare a chi potremo controllare e dismettere in ogni momento”. Non un de profundis per la politica però che in quanto “preesistente ai partiti, resisterà alla loro estinzione”. In futuro quindi i cittadini potranno decidere su un ventaglio di cose che va dalle “striscie pedonali sotto casa alle misure contenute nella Finanziaria“.

5. La scomparsa dei quotidiani entro il decennio
Il futuro dei quotidiani, o meglio, la mancanza di futuro per i quotidiani come una delle poche certezze del panorama attuale, di cui sarebbero all’oscuro solo i giornalisti: Casaleggio ne parlava nel 2014, evidenziando un processo avanzato di cui era possibile predire le probabili circostanze, nell’arco di questo decennio, della sua conclusione. Un panorama piuttosto pesante in particolare per l’Italia, con riferimento alla “carità di Stato” per i giornali, ma anche in generale laddove la pubblicità non compensa le perdite e l’edizione online “è un puro costo”.

Commento.

Senza conoscere troppo di Casaleggio, vorrei provare ad elencare quelle idee e quegli spunti che me lo rendevano vicino e stimolante nell'interpretazione del mondo e nel nostro sforzo per cambiarlo a favore delle moltitudini.

a. il legame tra tecnologia dell'informazione e democrazia diretta, una evidenza che probabilmente la nostra vicinanza anagrafica rendeva giustificabile per aver conosciuto il vecchio mondo dell'informazione (e formazione) attraverso telefono (a gettone), giornali, libri, TV e radio pubbliche, biblioteca e relativa carta e penna rispetto alla Rete ed al Web, all'informatica del PC, notebook, netbook, tablet e smartphone con relativi programmi per comunicare.

Ricordo soltanto l'orgoglio di potermi permettere (da studente liceale) l'acquisto del quotidiano (con relativa infatuazione per il Manifesto, la Repubblica, la Stampa ..) e poi i primi collegamenti con i newsgroups gestiti da gruppi informatici in sedi universitarie, le prime pagine web, i blog fino agli attuali media che "girano" su hardware sempre più potenti e tascabili.

Una incredibile possibilità di accesso ad informazioni prima limitate a pochi, e di poter comunicare informazioni, dati, opinioni ed esperienze ad ogni internauta e sotto ogni forma: scrittura, audio, video, in diretta, in forma statica o dinamica. Di fronte a queste possibilità l'incredibile arretratezza della politica e della sua classe dirigente, la gestione della cosa pubblica come terreno riservato a retorica e relazioni personalistiche, senza alcuna speranza che a trionfare potessero essere le idee, i progetti, le competenze, l'informazione (negata o nascosta) e la formazione del cittadino da cliente a elettore cosciente delle proprie scelte politiche.

b.  la sfida di ricostruire la politica dal basso, dai cittadini liberamente associati sulla base di una nuova moralità e dal concetto di servizio della politica verso il proprio elettorato. La scoperta che la politica poteva ripartire dai problemi quotidiani, nella periferia del Paese, dalle persone umili che avevano soltanto l'entusiasmo di imparare quello che non conoscevano, confrontarsi tra di loro e decidere quale soluzione sarebbe stata la migliore ..

Il pensiero di ridurre ogni gerarchia ed ogni organizzazione politica alla quota minima per poter far funzionare il tutto. L'organizzazione come necessità e non fine a se stessa. La gerarchia come disciplina e come forza per non disperdere il consenso e garantire i risultati promessi, per mantenere fede al patto con gli elettori e per resistere agli attacchi ed alla corruzione (in primis alla propria moralità).

c.   la fiducia nelle persone comuni, come si considerava lui ed in suo "fratello" Beppe Grillo. Persone qualunque, ma brucianti di passione nel capire il mondo e nel volerlo cambiare non da soli ma in un progetto collettivo dal nome di Movimento Cinque Stelle, probabilmente riferito alla "alta qualità" del codice di valutazione, frequente nel web e nel mondo commerciale, fatto di "stelle" da attribuire ad un prodotto od un servizio. La pretesa, quindi, di omologare l'impegno di semplici cittadini a quello di una produzione industriale, attraverso processi organizzati che partano dall'informazione ed arrivino attraverso l'obiettivo da raggiungere al prodotto finito. Un aggiornamento per la politica rimasta ai codici del '900. Un omaggio al mercato ma anche una sfida a questo, alle leggi economiche del profitto e dell'"uno solo al comando" cui contrapporre l'attività politica diffusa dalla rete e resa nobile dall'informazione trasparente ed accessibile, dalla discussione estesa e probonda e dalle proposte originali ma condivise.

Concludendo.

Noi comunisti siamo, come è noto, di gusti difficili in quanto a compagni di strada. Tantopiù in questi tempi di disorientamento ideale, ideologico (di idee), di metodo e pratica nell'analisi e nell'azione politica per cambiare il mondo. Per non parlare di quanti utilizzano la politica bassa od alta per i propri privati interessi saltando di quà e di là da partiti, movimenti ed opinioni.

Casaleggio dichiarava di non essere di sinistra.
E tanto meno, aggiungiamo noi, comunista.

Tuttavia non possiamo non onorare la sua memoria come un cittadino ed un inspiratore onesto di un movimento di liberi ed onesti per un rinnovamento radicale della politica  in Italia. E non possiamo non augurare ai 5 Stelle di diventare più forti, più organizzati e più incisivi nelle loro battaglie che sosterremo volentieri cercando di portare il nostro modestisimo contributo. Con la certezza profonda di trovare ascolto se non consenso, di trovare impegno se non militanza, di trovare passione per la battaglia, comune, dell'emancipazione dal sistema del capitale e dei suoi servi.






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5 aprile 2016
Numeri da cancellare o nascondere.

Tre docenti e ricercatrici prendono posizione sulla rimozione di una ricercatrice ISTAT dal suo ruolo nell'Istituto Nazionale di Statistica.

Conseguenze della riorganizzazione dell’Istat

Il presidente dell’Istat ha deciso di togliere a Linda Laura Sabbadini l’incarico di direttrice del dipartimento per le Statistiche sociali e ambientali nell’ambito di una riorganizzazione che unificherà quel dipartimento con quello per i Conti nazionali e le statistiche economiche.

Per anni l’Istat ci ha informato con indagini dettagliate nel campo dell’uso del tempo e della divisione dei ruoli nella famiglia, con statistiche di genere, con ricerche sulla violenza sulle donne e sui fenomeni sociali sommersi.

I dati sociali sono importanti e indispensabili non solo per la sociologia e la demografia, ma anche per l’analisi economica, e lo sono ancora di più durante una crisi senza precedenti.

Linda Laura Sabbadini è stata la ispiratrice, coordinatrice e autrice di questo prezioso e importante lavoro informativo. Ha condotto approfonditi studi e proposto interessanti interpretazioni, come nel caso delle analisi sulla tempistica delle interruzioni del lavoro femminile alla nascita dei figli e i costi che ne derivano sulle carriere e, di recente, con una ricostruzione attenta e profonda dell’impatto della crisi su donne e uomini nelle regioni del nostro paese e sulle discriminazioni di genere.

Questi importanti contributi non sono rimasti confinati sulla homepage del sito dell’Istat, ma sono stati presentati da Linda Laura Sabbadini in frequenti e importanti dibattiti in tutta Italia e all’estero. Ciò ha dato all’Istituto di statistica una visibilità e un’interazione continua con il mondo accademico e il dibattito economico e politico in Italia.

Ci auguriamo che la riorganizzazione non marginalizzi i dati e le analisi condotte finora nel dipartimento delle Statistiche sociali e ambientali e auspichiamo che il talento e la competenza di Linda Laura Sabbadini non vadano sprecati, come purtroppo spesso avviene in Italia quando parliamo di talento femminile.

Diverse raccolte di firme si sono attivate sui social network a favore della funzionaria degradata.

Il volume 100 eccellenze italiane racconta storie di successo e tra queste la storia di Linda Laura Sabbadini, statistica, appena “sollevata” (si dice proprio così, ma vorremmo davvero sapere chi si sente sollevato da questa rimozione) dall’incarico di Direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’ISTAT. Poche ore e la rete è insorta con interventi bipartisan che vanno dalla Senatrice Valeria Fedeli, vice presidente del Senato a Mara Carfagna ex Ministra delle Pari Opportunità.

La rete ha visto interventi di gruppi di donne organizzati e non, migliaia di tweet con l’hashtag #LauraConta e interventi a sostegno di Linda Laura da parte di CGIL, CISL e UIL.
Nel volume Come cambia la vita delle donne curato tra gli altri anche da Linda Laura Sabbadini si legge “le donne hanno più difficoltà a trovare un lavoro adeguato al titolo di studio conseguito: nel 2014 l’incidenza delle donne tra i 25 e i 64 anni occupate e sovraistruite è pari al 24,2 per cento (2,8 punti percentuali in più rispetto agli uomini nella stessa fascia di età), in aumento di 4,3 punti percentuali rispetto al 2008 e di 8,2 punti in confronto a dieci anni prima”.


“Il divario di genere nella partecipazione al mercato del lavoro, pur continuando a ridursi a seguito della maggiore caduta dell’occupazione nei comparti a prevalenza maschile, resta tra i più alti d’Europa (69,7% di uomini occupati contro il 50,3% di donne) e, per colmarlo, dovrebbero lavorare almeno 3 milioni e mezzo di donne in più di quante attualmente occupate. Anche la qualità del lavoro è peggiore per le donne, più spesso occupate nel terziario e in professioni a bassa specializzazione (in particolare le straniere)”.

Commento.

In questa epoca di soggettivismo, di "realtà percepita" e di trionfo del postmoderno il ruolo della Scienza Statistica nelle Scienze Sociali è un macigno verso tutti coloro che, come il nostro Presidente del Consiglio (per gli amici, il Bomba), preferiscono le suggestioni retoriche ai numeri che non lasciano scampo per le fantasticherie e le favole acchiappavoti.

Le occasioni in cui il lavoro dell'ISTAT ha incrociato il Bomba e la sua retorica tronfia sono state innumerevoli: i numeri sul lavoro, quelli sulla povertà ed in generali i riferimenti principali che possano stabilire i risultati della politica di un governo e dei suoi atti amministrativi.

Il risultato di questi incontri è stato .. uno scontro, tra la Scienza e la Retorica del vaniloquio. Essendo ovviamente i numeri "di per sè" tutti da spiegare e rendere comprensibili ai cittadini comuni, è stato facile per il Bomba silenziare le poche voci giornalistiche che hanno cercato di svolgere questo servizio. La grande stampa ha sposato l'interpretazione parziale ed interessata di Renzi commentando con relativi titoli tranquillizzanti ogni lancio d'agenzia relativa allo stato del Paese.

Ecco quindi l'ISTAT che si ristruttura e che invece di premiare l'eccellenza la mortifica e la smagrisce di compiti e funzioni. Per aumentare la sicurezza che i numeri potranno restare tali (e quindi fotografare impietosamente lo stato reale del Paese) ma non saranno conosciuti dalla maggioranza dei cittadini, in ostaggio al "senso comune" del "tutto va bene, madama la marchesa" di governo.

Come non solidarezzare con questa scienziata?



permalink | inviato da TIAR il 5/4/2016 alle 16:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
28 marzo 2016
Fratello Obama: il richiamo patriottico di Fidel Castro.
(traduzione ufficiale dal sito Granma)

(nostra traduzione)

Non abbiamo bisogno l'impero ci regali nulla. I nostri sforzi saranno legali e pacifici, perché questo è il nostro impegno per la pace e la fratellanza di tutti gli esseri umani che vivono su questo pianeta

Autore: Fidel Castro Ruz | internet@granma.cu

28 Mar 2016 01:03:16

I re di Spagna ci portarono conquistatori e proprietari, le cui impronte erano nei fasci circolari di terreno assegnati ai cercatori nelle sabbie dei fiumi, forma abusiva e vergognoso sfruttamento le cui tracce possono essere viste dal cielo in molte parti del paese.

Il turismo oggi, in gran parte, è costituito dal mostrare paesaggi gradevoli e assaporare le prelibatezze alimentari dei nostri mari, e  per essere sempre condiviso con il capitale privato di grandi imprese straniere, i cui profitti se non raggiungono i miliardi di dollari pro capite non sono degni di alcuna attenzione.

Dal momento che sono stato costretto a affrontare l'argomento, devo aggiungere, soprattutto per i giovani, che poche persone si rendono conto dell'importanza di tale condizione in questo momento unico nella storia umana. Non voglio dire che è stato perso del tempo, ma non esito a dire che non siamo sufficientemente informati, né voi né noi, della conoscenze e della coscienza con cui si dovrebbe affrontare la realtà che ci sfida.

La prima cosa da considerare è che le nostre vite sono una frazione di secondo nella storia, che si devono condividere anche con le esigenze vitali di tutti gli esseri umani. Una caratteristica di questi è la tendenza alla sopravvalutazione del proprio ruolo, che contrasta dall'altro lato con il numero straordinario di persone che incarnano i sogni più alti.

Nessuno, tuttavia, è buono o cattivo in sé. Nessuno di noi è stato progettato per il ruolo che dovrebbe assumere nella società rivoluzionaria. In parte, i cubani hanno avuto il privilegio di avere l'esempio di José Martí. Mi chiedo anche se dovesse cadere o no a Dos Rios, dicendo che "è giunto il momento per me", e andando alla carica contro le forze spagnole trincerati in una linea continua di fuoco. Non voleva tornare negli Stati Uniti e nessuno vi fece ritorno.

Qualcuno raccolse alcune foglie dal suo diario. Chi andò alla carica incoscente, colpa che era certamente opera del lavoro di alcuni intriganti e superficiali? Le differenze tra i leaders sono note ma mai predomina l'indisciplina. "Chi tenta di impadronirsi di Cuba raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non sarà ucciso nella lotta", ha detto il glorioso leader nero Antonio Maceo. E stato anche attribuito a Maximo Gomez, il capo militare più disciplinato e discreto della nostra storia.

Guardato da un'altra angolazione, come non ammirare l'indignazione di Bonifacio Byrne quando, dalla barca lontano che lo ha riportato a Cuba, alla vista di un'altra bandiera accanto al Lone Star, ha dichiarato: "La mia bandiera è quella che non è mai stata mercenaria  ... "per aggiungere immediatamente una delle più belle frasi che non ho mai sentito:" Se annullata in piccoli pezzi resta la mia bandiera, un giorno ... i nostri morti alzando le braccia la sapranno difendere ancora ...! ".

Né mi dimentico le parole di Camilo Cienfuegos illuminati la notte, quando da alcune decine di metri bazooka e mitra di origine americana, nelle mani dei controrivoluzionari, puntavano verso la terrazza dove ci trovavamo. Obama è nato nel mese di agosto 1961, come lui stesso ha detto. Più di mezzo secolo è passato da quel momento.

Vediamo tuttavia quello che oggi pensa il nostro illustre ospite:

"Sono venuto qui per lasciarsi alle spalle le ultime vestigia della guerra fredda in America. Sono venuto qui estendendo la mano di amicizia al popolo cubano ".

Immediatamente una marea di concetti, del tutto nuovi per la maggior parte di noi:

"Viviamo entrambi in un nuovo mondo colonizzato dagli europei." Il presidente degli Stati Uniti ha continuato. "Cuba, come gli Stati Uniti, è stata fondata da schiavi portati dall'Africa; come gli Stati Uniti, il popolo cubano ha ereditato schiavi e schiavisti ".

Le popolazioni native non esistono affatto nella mente dei Obama. Né dice che la discriminazione razziale è stato spazzato via dalla Rivoluzione; che la pensione e lo stipendio di tutti i cubani sono state stabilite da questa prima che il signor Barack Obama compisse 10 anni. L'abitudine borghese odiosa e razzista di ricorso ai criminali per i cittadini neri che furono espulsi dai locali pubblici è stato spazzato dalla Rivoluzione cubana.

Questa sarebbe stato ricordato anche per la battaglia combattuta in Angola contro l'apartheid, ponendo fine alla presenza di armi nucleari in un continente di oltre un miliardo di persone. Quello non era l'obiettivo della nostra solidarietà, ma l'aiuto ai popoli di Angola, Mozambico, Guinea-Bissau e altri nel dominio coloniale fascista del Portogallo.

Nel 1961, appena due anni e tre mesi dopo il trionfo della Rivoluzione, una forza mercenaria con cannoni e fanteria corazzata, dotati di velivoli, è stato addestrato e accompagnato da navi da guerra e portaerei degli Stati Uniti, attaccando a sorpresa il nostro paese. Nulla può giustificare questo attacco premeditato che è costano al nostri paese centinaia di morti e feriti. Della brigata d'assalto pro USA, da nessuna parte risulta che potesse essere salvato un solo mercenario (in caso di sconfitta). Aerei da guerra americani sono stati presentati alle Nazioni Unite come squadre di ribelli cubani.

E ben noto esperienza militare e il potere di quel paese. In Africa credevano lo stesso che la rivoluzionaria Cuba sarebbe stata facilmente messa fuori combattimento. L'attacco dell'Angola del Sud dalle brigate motorizzate dei razzisti del Sud Africa li conduce vicino a Luanda, la capitale di questo paese. Di qui inizia una lotta che è durata non meno di 15 anni. Non volevo parlare anche di questo, salvo per il dovere elementare di rispondere al discorso di Obama al Gran Teatro de La Habana Alicia Alonso.

Né cerco di entrare nei dettagli, ma solo per sottolineare che li si scrisse una pagina in onore della lotta per la liberazione umana. In un certo senso ho considerato il comportamento di Obama come corretto. Le sue umili origini e la sua naturale intelligenza erano evidenti. Mandela fu imprigionato per la vita ed era diventato un gigante nella lotta per la dignità umana.

Un giorno ho avuto le mie mani su una copia del libro in cui si narra parte della vita di Mandela e oh, sorpresa: è stato introdotto da Barack Obama. Ho sfogliato rapidamente. E stato incredibile il peso della lettera introduttiva che confermava gli scritti di Mandela. Vale la pena avere conosciuto uomini come questo.

Sulla puntata di Sud Africa devo sottolineare un'altra esperienza. Ero davvero interessato a saperne di più su come i sudafricani avevano acquisito armi nucleari. Aveva solo informazioni molto precise che non superavano le 10 o 12 bombe. Una fonte affidabile sarebbe il professore e ricercatore Piero Gleijeses, che aveva redatto il testo "Missioni in conflitto: L'Avana, Washington e Africa 1959-1976"; un lavoro eccellente. Sapevo che era la più sicura fonte di quello che è successo e così ho preso i contatti con lui; ha risposto che non aveva parlato della questione, perché nel testo aveva risposto alle domande del compagno di squadra Jorge Risquet, che era stato ambasciatore o partner cubano in Angola, e suo amico intimo.

Ho individuato Risquet; era preso da altre occupazioni importanti e stava finendo un corso che sarebbe durato diverse settimane. Questo compito ha coinciso con un viaggio di Piero abbastanza recente nel nostro paese; Aveva avvertito che Risquet era avanti con gli anni e la sua salute non era ottimale. Pochi giorni dopo è accaduto ciò che temevo. La salute di Risquet è peggiorata ed è morto. Piero è arrivato quando non c'era niente da fare se non promesse, ma mi aveva già dato informazioni su ciò che si relazionava a quelle armi e l'aiuto che il Sudafrica razzista aveva ricevuto da Reagan e Israele.

Non so quello che Obama ha da dire su questa storia ora. Non so che cosa o non sapeva, anche se è molto strano che non sapesse assolutamente nulla. Il mio modesto suggerimento è quello di riflettere e non cercare subito di sviluppare teorie sulla politica cubana.

Vi è una domanda importante:

Obama ha pronunciato un discorso in cui ha usato le parole più mielate possibili per esprimere: "E 'giunto il momento di dimenticare il passato, lasciare il passato, guardare al futuro, diamo un'occhiata insieme, un futuro di speranza. E non sarà facile, ci saranno sfide, e ce ne metteremo di tempo; ma il mio soggiorno qui mi dà più speranza per quello che possiamo fare insieme, come amici, come la famiglia, come vicini, insieme ".

Si presume che ognuno di noi ha rischiato un infarto dopo aver sentito queste parole del Presidente degli Stati Uniti. Dopo un blocco spietata che dura da quasi 60 anni?, e coloro che sono morti negli attacchi mercenari sulle navi e porti cubani, un aereo di linea pieno di passeggeri esplose a mezz'aria, invasioni mercenarie, molteplici atti di violenza e forza?

Nessuno si illuda che la gente di questa nobile e disinteressato paese rinuncerà alla gloria ed ai diritti, e alla ricchezza spirituale che ha guadagnato con lo sviluppo dell'istruzione, della scienza e della cultura.

Avvertiamo anche che siamo in grado di produrre ricchezza, in cibo e materiale di cui abbiamo bisogno, con lo sforzo e l'intelligenza della nostra gente. Non abbiamo bisogno l'impero ci regali nulla. I nostri sforzi saranno legali e pacifici, perché è il nostro impegno per la pace e la fratellanza di tutti gli esseri umani che vivono su questo pianeta.

(mia traduzione sulla base della traduzione automatica di Google traduttore, corretta dal confronto con l'originale spagnlo del sito Granma)



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12 marzo 2016
Chiedete troppo ai compagni.

da Resistenza.

Viviamo in una società in cui esistono già le condizioni materiali per cui ciascun individuo possa lavorare alcune ore al giorno (tre, quattro?), per garantire a se stesso e alla propria famiglia le condizioni più agevoli e avanzate per condurre una vita dignitosa e di livello superiore rispetto a quella che conduce oggi.

Viviamo in una società in cui il livello di conoscenze tecniche e scientifiche, come lo sviluppo di strutture e infrastrutture, garantirebbero l’accesso universale alla sanità (di livello e all’avanguardia), all’istruzione, alla cultura, all’arte. L’unico motivo per cui ciò non avviene, cioè l’unico motivo per cui le condizioni di vita delle masse popolari non sono conformi allo sviluppo raggiunto dalla società, sta nel modo di produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell’esistenza e nei rapporti sociali che esso impone: il capitalismo e la ricerca incondizionata del profitto.

Nella società capitalista è “normale”, anzi necessario, che ogni individuo delle masse popolari, per vivere, sia costretto a fare cose contro i suoi interessi, se dal termine “interesse” escludiamo l’aspetto economico e includiamo gli aspetti affettivi, il benessere fisico e psicologico, la realizzazione personale, i valori, l’etica, la morale, l’educazione.

Miliardi di persone sono schiave del salario (o dello stipendio, o comunque del corrispettivo che ricevono in cambio del lavoro che svolgono) e per ottenere di che vivere devono essere disposte a fare violenza su loro stesse, sugli altri, sull’ambiente, sulla società in nome e per conto del profitto dei capitalisti.

Senza prendere in considerazione gli sconvolgimenti a cui devono adattarsi miliardi di persone che vivono nei paesi oppressi (obbligati da guerre, devastazioni ambientali, inquinamento, saccheggio del territorio) ci limitiamo a trattare alcuni aspetti di ciò che devono essere disposti a fare i “normali” lavoratori in Italia.

Devono essere disposti a lavorare per un numero crescente di ore in condizioni sempre peggiori che ne pregiudicano la salute fisica, mentale e morale; devono essere disposti a percorrere centinaia di kilometri e lasciare affetti e famiglie perché i capitalisti danno sempre meno lavoro e bisogna “essere flessibili”; devono essere disposti a entrare in feroce concorrenza con altri lavoratori italiani e immigrati.

I giovani devono essere disposti a lavorare gratis per “entrare nel mondo del lavoro” e le donne devono essere disposte, sempre di più, a subire ricatti sessuali o discriminazioni di genere, i vecchi a lavorare sempre più a lungo. Alcuni giovani devono essere disposti a spaccare la testa a gente della loro età o dell’età dei loro genitori (forze dell’ordine) o ad ammazzare e farsi ammazzare (esercito volontario) per mantenere il posto fisso e lo stipendio sicuro. Studenti brillanti e capaci devono mettere in conto di emigrare per esercitare ciò a cui hanno dedicato parte importante della vita e che garantirebbe al paese risorse intellettuali e scientifiche che invece vengono oggi dissipate.

Chiedete troppo ai compagni.

In questo contesto capita che qualcuno ci dica che siamo troppo esigenti nei confronti dei nostri compagni, capita che nella cerchia di simpatizzanti e collaboratori qualcuno ci muova questa critica, capita anche che all’interno del Partito ci siano posizioni simili. Le critiche hanno un fondamento: l’adesione al P.CARC ha un contenuto diverso dall’adesione a qualunque altro partito; non perché per essere membri del P.CARC occorra “essere speciali”, ma perché a ogni membro è richiesto, qualunque sia il livello di partenza, di essere disposto a trasformarsi per diventare capace di fare ciò che è necessario per costruire il Governo di Blocco Popolare e avanzare verso il socialismo.

Alcune cose se analizzate attraverso il senso comune sembrano imposizioni, limitazioni della libertà individuale, costrizioni, sono invece la manifestazione pratica della libera decisione di voler costruire una società socialista.

Esempi pratici: spicci, ma efficaci.

Esigiamo che un membro del Partito sia puntuale o si impegni a diventare puntuale. Quando un padrone chiama, un qualunque lavoratore deve essere scattante e puntuale, da ciò dipende il fatto che mantenga il lavoro. Perchè un lavoratore comunista dovrebbe essere meno scattante e puntuale nel rispetto degli impegni che ha con il collettivo, con la Sezione, con il Partito?

Contrastiamo la concezione della politica “a tempo perso”, come hobby: che un compagno o una compagna lavorino in produzione o che facciano attività politica a tempo pieno, i ritmi e gli impegni del collettivo vengono prima di quelli dell’individuo. Questo non significa riempire i compagni di cose da fare fino a farli “scoppiare”, ma educare e formare (insegnare) ognuno a pianificare le proprie attività quotidiane e la propria vita in funzione della vita collettiva e della lotta politica rivoluzionaria. (prosegue sul web)

Commento.

In tempi come questi, leggere queste righe ci spinge a riflettere in maniera estesa e profonda (limitati da intelligenza e formazione ..) Aggiungeremo una serie di osservazioni, progressivamente. Ed invitiamo i nostri cinque lettori ad imitarci.




permalink | inviato da TIAR il 12/3/2016 alle 7:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 febbraio 2016
Schizofrenia al potere.
(Teleborsa) - Mentre l'economia del nostro Paese arranca, quella riconducibile alle attività in nero e alla criminalità organizzata, che assieme compongono l'economia non osservata, invece, non conosce battute d'arresto, facendo schizzare la pressione fiscale "reale" al 50,2%.

La denuncia arriva dalla CGIA, l'associazione delle PMI e degli artigiani del Veneto, sulla base dei calcoli e stime effettuate dal suo Ufficio Studi. Fra il 2011 e il 2013 l'economia sommersa e quella illegale sono aumentate di 4,85 miliardi di euro, arrivando a toccare i 207,3 miliardi di euro nel 2013 (pari al 12,9% del PIL), mentre quella al netto dell'economia non osservata è diminuita di 36,8 miliardi di euro, scendendo sotto quota 1.400 miliardi di euro.

Se in via estremamente prudenziale si ipotizza, così come ha fatto l'Ufficio studi della CGIA, che l'incidenza percentuale dell'economia non osservata sul PIL sia rimasta la stessa anche nel biennio successivo al 2013, gli artigiani mestrini hanno stimato in quasi 211 miliardi di euro il "contributo" che questa economia "grigia" ha dato al Pil nazionale nel 2015. Questo aspetto, ovviamente, ha degli effetti molto importanti anche sul fronte fiscale.



IlMessaggero. La scelta politica è chiarissima: una riduzione dell'Irpef molto consistente che premi in particolare l'ampia fascia dei redditi medi. La formula tecnica è ancora da decidere, ma il lavoro di simulazione sulle varie ipotesi possibili è già iniziato.

Quanto ai tempi, l'ora X era stata originariamente fissata al 2018, ma a questo punto non è nemmeno escluso che possa essere anticipata di un anno. La partita sul calendario si intreccia strettamente con quella sulle risorse necessarie, che dovranno essere trovate attraverso margini di bilancio più ampi da contrattare con l'Unione europea, oltre che con una intensificazione dell'azione di spending review.

Commento.

Stesso giornale on line (Il Messaggero), stesso settore (quello economico), stesso paese (l'Italia), stesso governo (quello di Renzi). Non è possibile commentare la schizofrenia, soltanto diagnosticarla e curarla per portare razionalità ed ordine dove regna caos e disordine.

L'emergenza nazionale è sostituire la classe dirigente governativa e ministeriale con una nuova di zecca, non importa se competente in economia e politica.

Occorre una classe composta da onesti e ragionevoli cittadini che vogliano affrontare (nel rispetto della Costituzione Repubblicana) i problemi in ordine di priorità.

Siano d'orientamento cattolico, liberale o socialista non ha troppa importanza .. basta che siano psichicamente non troppo compromessi.



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27 gennaio 2016
Una stretta di mano riconoscente.

Quotidiano.net

Genova, 27 gennaio 2016  - A volte basta un semplice gesto per riportare calma e pace. Ed è quello che è accaduto al corteo dei lavoratori Ilva a Genova. Vista la tensione che si stava creando tra le forze dell'ordine e i manifestanti, una funzionaria di polizia si è tolta il casco e ha stretto la mano alcuni lavoratori. Un gesto che ha colpito nel segno, visto che i manifestanti, ormai faccia faccia con gli agenti agenti in tenuta antisommossa, hanno fatto un passo indietro.

Ma prima della distensione per qualche minuto si è temuta una carica della polizia.Il gesto della poliziotta è stato seguito anche da altri colleghi che hanno risposto togliendosi le maschere antigas. Del corteo fanno parte anche il consigliere regionale di 'Rete a sinistra' Gianni Pastorino e il consigliere comunale di 'Possibile' Gianpaolo Malatesta. Alle spalle del blocco della polizia, un secondo fronte con qualche decina di portuali.

Repubblica.it

Si toglie il casco e stringe la mano ai lavoratori, guadagnadosi l'applauso: così l'iniziativa di una poliziotta genovese, vicequestore dell'Anticrimine, stempera la tensione in Lungomare Canepa durante il faccia a faccia tra gli operai e la polizia.  "Togliermi il casco è stato un gesto istintivo, dopo lunghe ore di tensione con i manifestati, disagio, fatica, c'è stata una pausa, un momento di distensione, è stato a quel punto che mi è venuto spontaneo sfilarmi il casco e avvicinarmi per parlare a quattrocchi con questi lavoratori messi a dura prova".



Maria teresa Canessa, vicequestore di PS.

Racconta così Maria Teresa Canessa, funzionario di polizia in servizio di ordine pubblico oggi in piazza a Genova per la manifestazione degli operai dell'Ilva, il gesto che l'ha fatta finire su tutti i siti. “Quella poliziotta ha fatto un bel gesto, io le sono grata. Togliendosi il casco e stringendo la mano ai manifestanti ha mostrato coraggio e, al tempo stesso, solidarietà con quei lavoratori.

Non rinunciando ai compiti che le impone la divisa, a difesa di tutti, quella donna, con il suo gesto distensivo,  ci rimanda una immagine di speranza. Brava, un esempio da seguire”. Così la nota della deputata Pd Rosa Villeco Calipari, vicepresidente della Commissione Difesa della Camera.

Commento.

Quando la protesta ha giusti contenuti come la difesa del posto di lavoro, protagonisti convinti come gli operai metalmeccanici genovesi e la solidarietà popolare a questa causa, anche le forze dell'ordine (capitalista) devono assumere un atteggiamento prudente e rispettoso verso chi si ribella.

Alla forza dei privilegi, della prepotenza, della minoranza ricca ed arrogante opponiamo chi sostiene l'economia del paese (producendo e consumando), è d'esempio nell'impegno del dovere quotidiano verso le nuove generazioni e rivendica il diritto al lavoro per se e per gli altri.

Queste forze sane rappresentano la maggioranza del Paese e non sono rappresentante che in piccola parte nelle istituzioni repubblicane.

Per questo devono organizzarsi e coordinarsi tra di loro con l'unico e principale scopo di prendere il comando dell'Italia, attraverso una rivoluzione politica, economica, intellettuale e morale che metta in pratica i principi costituzionali cui si attenta, nella pratica quotidiana e nei lavori parlamentari, da più di quarant'anni.





permalink | inviato da TIAR il 27/1/2016 alle 19:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
20 gennaio 2016
Dieci tesi sulla situazione attuale e sulla tendenza alla guerra.
Premessa. (in sostituzione al Commento)

Questo recente documento sulla Guerra In Atto, articolato in 10 Tesi, rappresent una novità ed un contributo eccellente alla comprensione della situazione attuale e delle sue caratteristiche eccezionali rispetto alla storia passata. Caratteristiche che mi sembrano sufficientemente riassunte in alcuni elementi, da me elaborati, che provo ad elencare:

1. la tecnica militare: gli eserciti sono formati da mercenari ben stipendiati invece del "popolo in armi" che difendeva la sovranità nazionale ed il proprio territorio, si trasferiscono a distanza in azioni smpre più aggressive ed offensive fuori dai confini nazionali. Che i mercenari abbiano come etichetta i diversi contingenti (NAYO, ONU, ecc..) poco importa. L'azione militare coinvolge, ormai in grande maggioranza, vittime civili perchè non più giocata in campo aperto ma all'interno di villaggi, città e zone densamente popolate con produzione di milioni di profughi in fuga dalla morte.

2. le spese militari: sono una spinta importante per la produzione di profitto e di PIL nazionale. Attraverso queste spese vengono anche effettuate approfondite ricerche in campo scientifico di sistemi di controllo e ricerca a distanza (droni), bio-chimico (armi biologiche e chimiche), neurocomportamentale (tecniche di condizionamento e tortura psicofisica) che hanno ricadute sul terreno civile per rafforzare i sistemi di oppressione di massa.

3. la pluralità degli scenari di guerra "a bassa intensità" : a differenza di scenari passati (1a e 2a guerra mondiale) e di quelle più recenti, il tempo si è dilatato a 10-30 anni di guerra continua, anche se con fasi diverse, in zone opposte del mondo e senza apparanti collegamenti tra loro. Recentemente il capitale ha cercato di dare un senso compito a questa anarchia attravrso la definizione di "lotta al terrorismo" identificato in ogni forma di resistenza (terrorista o meno) che si opponga all'aggressione, contando in questo modo di convincere le popolazioni e reclutarle al proprio fianco.

4. la riduzione delle campagne e dei movimenti pacifisti internazionali: rispetto a trascorsi periodi, anche storici come per la guerra  del Vietnam, il movimento pacifista si trova in uno stato di stallo. Tutti gli sforzi trascorsi sembrano non soltanto siano stati inutili ma che abbiano promosso nuovi focolai di guerra e concflitti. Ovviamente questo non è vero ma grande parte delle popolazioni vede come inutile la tradizionale mobilitazione pacifista, e non vede alcuna altra lettura e proposta sulla guerra e su come combatterla.

5. l'assenza di qualunque informazione dai fronti di guerra : a garanzia di una totale censura verso gli scenari militari, soltanto i "giornalisti embedded" (arruolati, al seguito delle truppe ed obbedienti alle regole stabilite dagli alti comandi) possono testimoniare quanto gli viene concesso. Rispetto alla sola guerra del Vietnam la riduzione delle notizie dal fronte è totale. Se associamo a questo il carattere mercenario di ogni esercito, le popolazioni sono tenute completamente all'oscuro degli eventi.

Buona lettura!

Dieci tesi sulla situazione attuale e sulla tendenza alla guerra.


1. Per capire in modo giusto gli sviluppi della situazione bisogna partire dalla crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale che da circa 40 anni a questa parte sempre più strettamente determina il corso delle cose nel mondo. La sostanza di questa crisi consiste nel fatto che a livello mondiale e considerando tutti i settori produttivi, il capitale accumulato è tanto che, se i capitalisti lo impiegassero tutto nelle loro aziende che producono merci (beni e servizi),estrarrebbero una massa di plusvalore (quindi di profitto) inferiore a quella che estraggono impiegandone solo una parte. In un sistema di relazioni sociali capitaliste la borghesia deve valorizzare il capitale, ma, stante gli ordinamenti esistenti, la borghesia non poteva investirlo nella produzione di merci.

Questo ha dato luogo a tutti gli sviluppi che constatiamo e che rientrano nei seguenti cinque campi: - spremitura delle masse popolari (riduzione dei redditi ed eliminazione dei diritti e delle conquiste), - finanziarizzazione dell’economia reale e sviluppo del capitale speculativo, - ricolonizzazione dei paesi oppressi e sfruttamento dei paesi ex socialisti, - devastazione della Terra (saccheggio delle risorse naturali, cambiamento climatico, inquinamento dell’ambiente, devastazione del territorio), - lotta tra capitalisti ognuno dei quali cerca di ingrandirsi a spese di altri capitalisti. Gli sviluppi in ognuno di questi cinque campi hanno come sbocco la guerra: la guerra è un effetto inevitabile del capitalismo in crisi.

La comprensione che la crisi attuale è una crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale distingue noi comunisti dalla sinistra borghese e da quanti sono succubi della concezione borghese del mondo che essa veicola anche tra le masse popolari. Che la crisi attuale è una crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale e non una crisi per sovrapproduzione di merci (anche appiccicandole l’etichetta di “assoluta”) non è una questione nominalistica, ma di comprensione del corso delle cose e degli esiti a cui esso dà luogo, della via d’uscita dalla crisi e della linea politica da seguire. La crisi per sovrapproduzione di merci è una crisi di squilibrio tra domanda e offerta (dovuta al carattere anarchico del modo di produzione capitalista) e trova soluzione nel movimento economico della società borghese: è lo sconquasso stesso del sistema produttivo che, riducendo la capacità produttiva, nel corso di un certo tempo crea le condizioni per la ripresa della produzione.

Chi mette all’origine del marasma attuale la sovrapproduzione di merci, concentra l’attenzione sul mercato (offerta e domanda di merci) e i rimedi a cui arriva in definitiva si riducono o a interventi sull’offerta (per renderla più allettante, più profittevole: la destra) o a interventi sulla domanda (per accrescerla: i keynesiani, la sinistra). La crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale, pur nascendo dall’economia, è una crisi che diventa generale - cioè anche politica, culturale, sociale e, per quanto riguarda la crisi attuale, ambientale - e trova la sua soluzione sul terreno politico, cioè nello sconvolgimento degli ordinamenti sociali a livello di singolo paese e del sistema di relazioni internazionali (tra paesi).

2. La guerra che dilaga nel mondo non è nata dalla cattiva volontà o dai calcoli sbagliati di uno o dell’altro dei membri della comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti né come effetto della cattiva volontà dell’uno o dell’altro dei criminali che sono a capo dei governi dei loro paesi. Quindi non finirà nemmeno se capitasse che tra di essi un qualche illuminato o compassionevole personaggio prende l’iniziativa di farla finire. Sbagliano quindi, in particolare, quelli che (come Giorgio Cremaschi e simili) guardano con speranza a Papa Bergoglio.

Non solo perché Bergoglio finora ha molto chiacchierato e proclamato, ma non ha mai cercato di mobilitare i suoi seguaci e fedeli e le altre risorse della sua Chiesa in un movimento politico contro i governi che promuovono la guerra, cioè quelli della comunità internazionale, per sostituirli con governi fautori della pace. Ma anche perché (al di là delle sue riposte intenzioni) non è nelle sue facoltà porre fine alla guerra anche se personalmente davvero lo volesse e cercasse di farlo. La guerra certo viene fatta nell’interesse dei gruppi imperialisti e arricchisce soltanto loro.

Ma essa è un parto necessario della crisi generale del capitalismo e non è possibile porre fine alla guerra senza rovesciare il sistema capitalista almeno in alcuni dei maggiori paesi imperialisti, cioè senza un salto della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti, senza che almeno uno dei grandi paesi imperialisti rompa le catene della comunità internazionale e in questo modo apra la via e mostri la strada anche alle masse popolari degli altri paesi.

3. Da trent’anni a questa parte, la comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti sovverte e colpisce su scala crescente ogni Stato che non si piega alla sua volontà e che non apre le frontiere alle sue scorrerie, ai suoi traffici, ai suoi affari e alle sue sopraffazioni. Tutti i gruppi imperialisti hanno bisogno di fare traffici e affari nei paesi oppressi, di aprire miniere, di installare piantagioni, di “ripulire” la terra dalle popolazioni che ci abitano, di delocalizzarvi aziende, di imporre opere pubbliche e altre operazioni speculative, di vendere armi, di fare investimenti.

Non ne possono fare a meno, non potrebbero valorizzare altrimenti il capitale che hanno accumulato, si fanno perfino la guerra tra di loro perché ogni gruppo deve valorizzare il suo capitale. Per i gruppi imperialisti il caos è meglio di uno Stato che rifiuta di obbedire e piegarsi, dal momento che sostituire gli Stati disobbedienti con Stati obbedienti e sottomessi si rivela in ogni paese aggredito un’impresa impossibile. Essi suscitano e armano ribellioni, conducono attività e operazioni sovversive facendo leva in ogni paese (borghese o semifeudale) sui mille buoni motivi di ribellione che in ogni paese ha l’una o l’altra parte delle masse popolari oppresse dalla classe dominante. Ma regolarmente i capi e gli eserciti di queste ribellioni prima o poi si rivoltano contro i gruppi imperialisti che li hanno allevati, tanto è insopportabile dalle masse in rivolta l’ordine che i gruppi imperialisti vorrebbero imporre.

È un ordine che va sempre più a pezzi perfino negli stessi paesi imperialisti, benché qui una parte importante della popolazione goda ancora di quel che resta delle conquiste di civiltà e di benessere che le masse popolari avevano strappato alla borghesia nella prima parte del secolo scorso sulla scia della prima ondata della rivoluzione proletaria suscitata nel mondo dalla vittoria della rivoluzione in Russia nel 1917.

4. Gli attentati nelle metropoli dei paesi imperialisti (Parigi, Londra, Madrid, New York) hanno come causa diretta la politica di sopraffazione, devastazione e guerra che la comunità internazionale conduce da trent’anni a questa parte in tutto il mondo, in particolare in Medio Oriente e in Africa (ricolonizzazione dei paesi oppressi). Negli attentati compiuti in Francia il 13 novembre e nello stato d’emergenza instaurato di fatto da vari governi europei, ivi compreso il governo della Repubblica Pontificia, si combinano: - il contrattacco portato nei paesi imperialisti dai gruppi e dagli organismi che sono alla testa della resistenza delle masse popolari dei paesi arabi e musulmani all’attacco sferrato dalle potenze imperialiste, - operazioni pilotate dai gruppi imperialisti americani contro l’UE franco-tedesca per conservare la loro dominazione economica, finanziaria e politica sul mondo, operazioni dei gruppi imperialisti franco-tedeschi per portare a un livello superiore la loro lotta (rafforzare l’unità politica dell’Europa) per strappare la dominazione sul mondo ai gruppi imperialisti americani.

5. Nessuno dei due contendenti oggi in campo (la comunità internazionale dei gruppi europei, americani e sionisti e la resistenza delle masse popolari dei paesi oppressi) può prevalere definitivamente e su larga scala sull’altro. I gruppi imperialisti della comunità internazionale non sono in grado di vincere la guerra che essi generano e alimentano, - perché le masse popolari dei paesi oppressi non accettano le condizioni che essi impongono: sia grazie ai progressi in termini di coscienza e di organizzazione fatti durante la prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria persino dalle masse popolari più arretrate dei paesi oppressi sia a causa delle intrinseca insostenibilità di quelle condizioni che comporterebbero l’eliminazione di intere popolazioni e il dissesto ambientale e climatico del pianeta; - perché man mano che la guerra dilaga nei paesi oppressi, essa si trasforma in guerra tra gruppi imperialisti per la spartizione del frutti della rapina: lo scontro tra comunità internazionale e la Federazione Russa e la Cina si aggiunge allo scontro tra i gruppi imperialisti USA e i gruppi imperialisti franco-tedeschi.

La resistenza delle masse popolari dei paesi oppressi a sua volta non è in grado vincere la guerra per quanto grandi siano gli atti di eroismo che essa mobilita, per vasto che divenga il reclutamento di combattenti che compie negli stessi paesi imperialisti e per quanto vasto divenga il contrattacco che porta nei paesi imperialisti. Il motivo principale per cui non è in grado di vincere sta nell’arretratezza della concezione del mondo che la guida e dell’ordine sociale che promuove. Proprio per questo essa non è in grado di conquistare in misura sufficiente la simpatia e l’adesione delle masse popolari dei paesi imperialisti e di mobilitare in questi paesi sufficienti forze rivoluzionarie: neanche al livello a cui giunsero, proprio grazie alla concezione del mondo più avanzata che le guidava, la rivoluzione vietnamita, la rivoluzione cubana e la lotta di liberazione nazionale algerina.

Siamo quindi coinvolti in una guerra cronica e dilagante finché essa non susciterà la rivoluzione socialista. La rivoluzione socialista non scoppierà direttamente a causa della guerra (lo abbiamo visto anche durante la prima parte del secolo XX), ma la guerra alimenterà la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato che è già in corso, fornirà nuovi combattenti ai partiti comunisti e alle loro organizzazioni e susciterà vasta adesione alle sue iniziative di lotta.

6. Lo sviluppo della guerra è tale che non è affatto da escludere che nei paesi imperialisti, anche nel nostro, una parte importante della popolazione, anche delle masse popolari e perfino della classe operaia, aderisca inizialmente alla guerra “contro il terrorismo” patrocinata dai gruppi imperialisti e dalle loro autorità pubbliche, soprattutto se il contrattacco delle forze antimperialiste arabe contro i paesi imperialisti si confermerà essere una campagna di lunga durata e su grande scala o se si confermerà che lo scontro tra i gruppi imperialisti americani e i gruppi imperialisti franco-tedeschi è passato a un livello superiore.

Le condizioni in cui la guerra si sviluppa, si prestano alla mobilitazione reazionaria di parti importanti delle masse popolari dei paesi imperialisti. Queste non sono obiettivamente interessate alle imprese criminali dei gruppi imperialisti, all’invasione e all’oppressione dei paesi neocoloniali, alla globalizzazione imperialista. Lo dimostra il corso delle cose: mentre i gruppi imperialisti estendono la guerra e la devastazione nei paesi coloniali, le masse popolari dei paesi imperialisti sono anch’esse vittime dei dissennati tentativi dei gruppi imperialisti di far sopravvivere il loro sistema di relazioni sociali. I gruppi imperialisti opprimono anche le masse popolari dei paesi imperialisti stessi. Lo sviluppo della guerra porta a restrizioni senza fine, anche se alimenta l’occupazione (keynesismo di guerra). Ma la borghesia e il suo clero approfittano delle condizioni favorevoli alla mobilitazione reazionaria delle masse popolari nella “guerra contro il terrorismo”.

Le organizzazioni e le forze che nei paesi oppressi, devastati e aggrediti dalla comunità internazionale e dai suoi governi resistono alle operazioni devastanti e alle spedizioni criminali dei governi dei paesi imperialisti, portano la guerra nei paesi imperialisti con le armi di cui dispongono: gli attentati sono le armi di cui esse dispongono. Finché sono mobilitati e diretti dai gruppi reazionari e guidati dalle ideologie reazionarie che oggi sono alla testa della resistenza dei paesi oppressi ai gruppi imperialisti, anche i combattenti che la resistenza arruola nei paesi imperialisti, non possono fare di meglio.

Solo la rinascita del movimento comunista e lo sviluppo della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti daranno anche a questi combattenti un altro indirizzo e metodi di lotta selettivi e più efficaci. Noi nella situazione attuale, nell’immediato non siamo in grado di evitare questo sviluppo: come dei semplici cittadini non sono in grado di evitare che le persone ridotte in miseria e che non accettano di morire di miseria, rubino, rapinino e per far fronte alla loro miseria ricorrano ad altre simili vie che colpiscono soprattutto i membri delle masse popolari (i quali sono meno difesi dei membri della borghesia e del clero). Solo la crescita delle rivoluzione socialista può cambiare il corso delle cose.

7. Nel nostro paese l’adesione alla “guerra al terrorismo” i vertici della Repubblica Pontificia la fanno alla chetichella (con Renzi ora, come prima con i governi Berlusconi e con quello D’Alema ancora prima), - per la presenza della Corte Pontificia (un’aperta e dichiarata partecipazione alla “guerra al terrorismo” creerebbe problemi al mantenimento della sua direzione sulle masse popolari, indebolirebbe la sua egemonia già in calo e contrasterebbe con la “operazione Bergoglio” che una parte della Chiesa sta conducendo per salvaguardare il suo particolare ruolo), - perché nel nostro paese esistono più centri di potere sovrani (in particolare gli imperialisti USA e sionisti e la criminalità organizzata) con interessi contrastanti e in scontro tra loro e una aperta promozione della guerra implicherebbe la rottura della finzione della legalità costituzionale, e di questo uno o l’altro dei gruppi della classe dominante potrebbe avvalersi per mobilitare al suo seguito le masse popolari contro i gruppi avversari, - perché l’opposizione alla guerra ha delle radici abbastanza solide tra le masse popolari del nostro paese.

Le condizioni per la mobilitazione reazionaria delle masse popolari si sono rafforzate anche nel nostro paese, ma le due vie (mobilitazione rivoluzionaria e mobilitazione reazionaria) restano entrambe ancora aperte. I vertici della Repubblica Pontificia non sono ancora nelle condizioni di (non hanno ancora creato le condizioni necessarie per) reprimere militarmente su larga scala un vasto movimento popolare di insubordinazione e boicottaggio delle leggi e delle misure del loro governo. Non è ancor deciso quale delle due strade imboccheranno le masse popolari del nostro paese e quindi noi dobbiamo tener conto che entrambe sono possibili e lottare con decisione perché imbocchino la prima.

Creare le condizioni per costituire il Governo di Blocco Popolare oggi nel nostro paese è la linea per avanzare nella rinascita del movimento comunista e nella rivoluzione socialista e pone anche le premesse migliori per far fronte alla mobilitazione reazionaria delle masse popolari se la seconda strada dovesse prevalere (e noi comunisti fossimo quindi costretti ad abbandonare la linea della costituzione del GBP e adottare una linea per far fronte all’adesione di un’ampia parte delle masse popolari alla “guerra al terrorismo”).

8. La creazione delle condizioni per il Governo di Blocco Popolare si svolge in un contesto in cui diventa più aperta la corsa tra mobilitazione rivoluzionaria e mobilitazione reazionaria (“guerra al terrorismo” e stato d’emergenza). Quindi nella nostra azione - dobbiamo denunciare sistematicamente e senza riserve le responsabilità della comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti e, per quanto ci riguarda, dei vertici della Repubblica Pontificia per la diffusione della guerra nel mondo, contrariamente a quanto fa la sinistra borghese che concentra i suoi strali contro gli autori degli attentati, alimentando in questo modo il tentativo di aggregare le masse popolari intorno alle autorità dei paesi imperialisti in nome della “guerra al terrorismo”; - far valere che chiedere che i governi dei gruppi imperialisti pongano fine alla guerra, supplicarli, inveire contro di loro, minacciare, esortare, scongiurare, supplicare, esigere, proclamare, strepitare, dimostrare nelle strade e nelle piazze perché essi cambino strada, ecc. significa ingannare il popolo, infondendogli false speranze, ritardando il giorno in cui vedrà chiaro, fargli in realtà accettare per intanto la continuazione della guerra. Questa guerra non è sorta e non dilaga per volontà di questo o quel governo, di questo o quel gruppo imperialista, ma è come il fetore che promana da un cadavere in decomposizione.

9. Combattere per la pace oggi significa principalmente promuovere l’organizzazione delle masse popolari, in primo luogo dei lavoratori delle aziende capitaliste (cioè degli operai) perché in ogni paese imperialista approfittino delle condizioni favorevoli che concretamente esistono in quel paese e instaurino un loro governo d’emergenza. Tutte le altre forme di lotta per la pace, di protesta contro la guerra hanno effetti positivi solo se il movimento comunista le combina, in altre parole se noi le combiniamo, con l’unica efficace forma di lotta contro la guerra e per un mondo in pace, se le facciamo servire come strumenti ausiliari della rivoluzione socialista, come spunti e rivoli che alimentano la rivoluzione socialista. In caso contrario, da sole, le denunce, le rivendicazioni e le proteste producono effetti negativi.

La denuncia senza proposta di soluzione, in questo come negli altri terreni (l’inquinamento, l’alterazione climatica, la fame, la disoccupazione, l’emigrazione, la miseria, ecc.), genera a seconda dei casi demoralizzazione, disperazione, rassegnazione, inerzia, assuefazione, cinismo. La rivendicazione e la protesta senza risultati generano demoralizzazione e inerzia, rassegnazione, senso di impotenza: dopo la grande mobilitazione mondiale per impedire la guerra di Bush contro l’Iraq del 2003, il movimento contro la guerra si è via via ridotto (lo stesso con ogni probabilità succederà per la mobilitazione contro il riscaldamento del pianeta dopo la mobilitazione mondiale dello scorso 28 novembre in occasione di COP 21) ; - dobbiamo indirizzare l’opposizione popolare alla guerra (quella condotta già anche con mezzi militari) nella lotta contro la guerra di sterminio non dichiarata condotta dalla borghesia contro le masse popolari, contrariamente a quanto fanno la sinistra borghese e recentemente anche il Vaticano (le dichiarazioni di papa Bergoglio sulla “terza guerra mondiale a pezzi” sono esemplari): essi cercano di distogliere l’attenzione delle masse popolari dalla guerra di sterminio non dichiarata (che le colpisce direttamente e su vasta scala) a cui esse possono e devono far fronte e deviarla verso la guerra militare a cui non possono far fronte se non fanno fronte alla prima.

10. La sinistra borghese per lotta contro la guerra intende dimostrazioni e altre forme di denuncia e protesta (denuncia-rivendicazione-protesta). Le masse hanno avuto tempo e modo (in particolare con le mobilitazioni del 2003) di rendersi conto che questa “lotta contro la guerra” non serviva a niente e gradualmente l’hanno disertata: ora questa “lotta contro la guerra” non c’è più. Ovviamente, ma è legge del movimento reale della società, le masse non hanno discusso, stabilito che fare dimostrazioni contro le guerre (stile 2003) non serve a niente e lasciato perdere: se le cose si svolgessero così, non andrebbero come vanno.

Nella realtà, le masse popolari si appassionano a una lotta se rende; altrimenti, se non rende e chi la promuove non cambia registro, l’abbandonano. Gli esponenti della sinistra borghese propongono di riprenderla, senza degnarsi di capire e spiegare perché la lotta di un tempo ha portato al mondo di oggi con la guerra sempre più diffusa. Perché mai oggi dietro suo invito le masse popolari dovrebbero tornare a quella lotta di ieri, che si è mostrata inefficace?

La lotta contro la guerra di sterminio non dichiarata finalizzata a costituire un governo di emergenza popolare (nell’immediato a creare le condizioni per la sua costituzione) è l’unica reale, efficace, non illusoria, non retorica lotta contro la guerra imperialista: contro la guerra che la comunità internazionale dei gruppi imperialisti americani, sionisti ed europei sta conducendo nel mondo (direttamente e per interposta persona).

Compagni, l’evoluzione del corso delle cose ci pone in modo più pressante di fronte alla necessità e alla responsabilità di trasformare le nostre idee e la nostra condotta per essere all’altezza dei nostri compiti e far fronte agli avvenimenti! Apprendere la scienza comunista, assimilarla e usarla nella nostra azione è la cura per superare le residue concezioni e atteggiamenti da FSRS (Forze Soggettive della Rivoluzione Socialista), che sono alla base del dogmatismo e del settarismo nelle nostre file e le residue concezioni e atteggiamenti da “sinistra della sinistra borghese”, che alimentano movimentismo, eclettismo e liberalismo nelle nostre file.

E’ la cura contro quella malattia le cui manifestazioni sono indicate nel n. 51 de La Voce del (n) PCI: “la tendenza a dire, a professare (cioè inalberare e lanciare) parole d’ordine e concezioni più ‘rivoluzionarie’ dell’attività che effettivamente si compie”, “a proclamarsi comunisti ma operare a naso, a buon senso, alla cieca”, “a proclamare e venerare gli scritti dei fondatori e dei maggiori esponenti della scienza comunista, a propagandare la scienza comunista come dottrina a cui credere e da professare anziché usarla come guida per comprendere la realtà e per trasformarla”.

E’ una malattia, come dice giustamente il (n) PCI, “ancora diffusa anche nelle file della Carovana, dobbiamo ancora debellarla. E i tempi stringono, il corso delle cose non lascia alibi, la crisi economica, l’emigrazione, la disgregazione sociale, la guerra premono alle porte”
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permalink | inviato da TIAR il 20/1/2016 alle 11:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
8 gennaio 2016
Quando clandestino fa rima con cretino (di governo).
IlSole24ore

Sparisce il reato di clandestinità. Resta il provvedimento di espulsione deciso dal prefetto. Non si aggiunge una sanzione pecuniaria dalla dubbia efficacia. È questa la novità principale dell’intervento sulla depenalizzazione che è in agenda per il Consiglio dei ministri della prossima settimana. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando rompe gli indugi che avevano fatto stralciare la misura dalla versione del decreto legislativo approvata prima di Natale in via preliminare dal Consiglio dei ministri. Determinante in questo senso la richiesta avanzata, a titolo di condizione, dalla commissione Giustizia della Camera, mentre il Senato sul punto non si è espresso.

Commento.

Leggetevi bene le ragioni per cui SEMBRA che io provvedimento di depenalizzare i reato di clandestinità verrà presto decretato .. Poi , stabilito che quest'obbligo deriva da una imposizione della corte europea, dal sovraffollamento delle carceri, dall'intasamento dei tribunali, dalla inerzia nei confronti delle procedure di identificazione e rimpatrio, tenete d'occhio l'informazione televisiva e stampata.

Vi accorgerete di due tendenze principali.

La prima è quella di aprire una guerra tra poveri sulle OPINIONI in merito alla politica nazionale verso i migranti, ridotta proprio da questo e precedenti governi, ad un referendum a favore o contro gli invasori. La seconda è quella di privilegiare, in ogni ragionamento od opinione, i peggiori luoghi comuni della destra nazionalista e razzista, con l'evidente imbarazzo degli amici (della destra) del Partito Democratico di non riuscire a frenare la rovinosa caduta di ogni concetto, valore o idea storicamente di sinistra anche all'interno del proprio elettorato.

Del resto è comprensibile che l'elettore voti la destra originale piuttosto che quella più recente di Matteo Renzi, anche se l'affanno del Capo è quello di giustificare (con ragioni di destra) un provvedimento che rende appena più decente la politica italiana sull'immigrazione. Il tutto giocando sempre in difesa verso l'attacco leghista e della quinta colonna della destra (Nuovo Centro Destra [sic!]) nel governo che moltiplica le occasioni (unioni civili, per esempio) per aumentare il proprio potere di ricatto verso l'alleato PD.

Eppure altre strade sono percorribili, e l'esempio è dato dall'iniziativa del Sindaco di Milano di permettere l'inserimento (ed il controllo) familiare degli emigranti con diritto d'asilo nel territorio del comune.

da IlCorrieredellasera.it

"Quattrocento euro al mese alle famiglie che saranno disponibili a ospitare profughi. È quanto prevede un bando del Comune per selezionare famiglie residenti sul territorio che vorranno mettere a disposizione un alloggio idoneo come abitazione-residenza per i titolari di protezione internazionale. Immediata la protesta del leader della Lega, Matteo Salvini, che su Facebook ha scritto: «Il Comune di Milano, giunta Pd-Pisapia, pagherà 400 euro al mese chi ospiterà un immigrato a casa sua. Roba da matti. Vergogna, questo è razzismo nei confronti degli italiani in difficoltà!». Si tratta di «una misura innovativa - la replica di Pierfrancesco Majorino, assessore al Welfare - che c’eravamo impegnati a mettere in campo mesi fa e che prevede anche forme di rimborsi per le famiglie ospitanti, configurandosi peraltro come una forma assolutamente vantaggiosa rispetto ad altre sul piano dei costi. Ovviamente la destra e la Lega gridano allo scandalo. Invece noi ne siamo orgogliosi e non ci fermiamo». L’incentivo, come sottolineato dallo stesso Majorino, si è reso possibile «grazie alla collaborazione tra Amci e Governo. Utilizzando risorse dello Stato - puntualizza il responsabile delle Politiche sociali - a Milano possiamo finalmente sperimentare l’accoglienza in famiglia di migranti, titolari di protezione umanitaria»"




permalink | inviato da TIAR il 8/1/2016 alle 14:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
22 dicembre 2015
Eutanasia: un paziente, una legge ed un sistema.

da Huffingtonpost.it

Dominique Velati, militante radicale e malata terminale, ha ottenuto il suicidio assistito in Svizzera, a Berna, ed è deceduta il 15 dicembre. Lo ha reso noto il radicale Marco Cappato autodenunciandosi per aver aiutato la donna ad ottenere l'eutanasia. Cappato ha annunciato la disobbedienza civile, contravvenendo al Codice penale italiano.

La notizia della morte di Dominique Velati (intervistata) è stata resa nota in una conferenza stampa nella sede del Partito radicale da Marco Cappato, Mina Welby e dal segretario dell'associazione 'Luca Coscioni', Filomena Gallo.

Velati, ha spiegato Cappato, è stata la prima persona aiutata economicamente ed 'accompagnata', in territorio italiano, nell'iter per l'ottenimento dell'eutanasia in Svizzera. Il caso della donna, militante radicale, era già rimbalzato sui mezzi di comunicazione con il suo annuncio di volersi recare in Svizzera per morire. Velati, ha reso noto Cappato, "ha ottenuto il suicidio assistito a Berna lo scorso 15 dicembre, ed oggi ne diamo notizia seguendo le volontà da lei indicate in merito ai tempi per rendere pubblico l'evento".


La Velati (che ha chiesto l'eutanasia) e Cappato (Segretario Radicale).

"Sono circa 90 le richieste ricevute nelle ultime settimane - ha sottolineato l'esponete radicale - da parte di cittadini malati terminali che chiedono un aiuto per ottenere l'eutanasia in Svizzera". I Radicali hanno reso noto di aver già inviato comunicazione alla Questura di Roma, alla Procura generale della Repubblica ed al ministro della Giustizia dell'iniziativa illustrata, autodenunciandosi per l'aiuto fornito a Dominique Velati e per quello che si preparano ad offrire anche ad altri malati che lo richiedessero.

Inoltre i radicali hanno annunciato che con la costituzione dell'Associazione "Sos Eutanasia" verrà fornito un aiuto economico, con il pagamento del biglitto per i il viaggio, ai malati terminali che vogliono il suicidio assistito in Svizzera.

Si tratta, ha spiegato Cappato, di un ulteriore "salto in avanti: prima fornivamo a chi lo chiedeva solo informazioni per prendere contatti con la Svizzera, ma ora aiuteremo concretamente i cittadini a preparare tale atto sul territorio italiano, e ciò si configura come reato. Abbiamo anche aperto il sito Soseutanasia.it per una raccolta fondi. Se non saremo fermati, continueremo ad aiutare le persone che lo chiedono ad andare in Svizzera per ottenere il suicidio assistito. Ciò - ha aggiunto - fino a quando il Parlamento non si assumerà le proprie responsabilità esaminando la proposta di legge di iniziativa popolare depositata già nel 2013".

Dunque, ha sottolineato Cappato, "la nostra attività di aiuto e supporto diventerà strutturata, se non ci fermeranno e fino a quando il Parlamento non avvierà la discussione sulla questione del fine-vita".

Commento.

Ho quotidianamente a che fare con pazienti in condizioni critiche, alcuni dei quali affetti da "malattie terminali", non necessariamente tumorali. Un caso per tutti quello dei portatori di patologia respiratoria cronica (da fumo, professionale o da pregressa grave infezione..) per cui non sia indicazione al trapianto polmonare o cuore-polmone.

Proprio per la difficoltà di considerare come "terminale" una condizione che si è instaurata progressivamente con progressive limitazioni alla qualità di vita del paziente, che ha visto ripetuti episodi acuti risolversi ma diventare sempre più frequenti e resistenti alle terapie, sono (siamo nella mia categoria di intensivisti) nella condizione di valutare con grande prudenza ogni codificazione legislativa in merito alla "eutanasia".

L'attenzione al problema non è lo stesso della Chiesa Cattolica apostolica Romana, che in maniera evidente, si considera depositaria del diritto di stabilire quando e come un cittadino deve morire. E come depositaria concede, con difficoltà e dietro la pressione dell'evidente realtà sanitaria e sociale, qualche modestissima apertura nei confronti delle "cure palliative". Tuttaltro.

Io credo che la questione rappresenti l'esempio più alto della relazione tra cittadino, dotato di propri diritti, e comunità dei cittadini (con altri diritti, collettivi e sociali). Quotidianamente, per altri diritti e problemi, l'uno contrasta con gli altri e viceversa. Valga come esempio il diritto al lavoro, tra quelli costituzionalmente stabiliti, che viene concepito dal singolo come possibilità di avere un reddito con cui mantenere se e la propria famiglia, ma valutato collettivamente come una merce, "il lavoro", e quindi soggetta a tutte le variabili della stessa: disponibilità, richiesta, qualità ecc ...

Da questa contraddizione profonda (lavoro come principale attività caratteristica umana, oppure lavoro come semplice merce) emergono delle mediazioni chiamate di volta in volta "cassa integrazione", "indennità di disoccupazione", "salario di cittadinanza", "salario sociale" ecc.. e che servono a garantire che la tendenza a dare a tutti un lavoro sia quella principale ma sia resa compatibile con il mercato dello stesso.

Nel caso del diritto a decidere della propria morte, questo entra in possibile contrasto con il dovere, in primo luogo per il personale sanitario, di mantenere con una buona qualità di vita, il cittadino malato di patologia terminale a breve termine.

E' fondamentale, sopra ogni altra considerazione, tenere saldo il timone verso l'obiettivo principale di ogni provvedimento: la realizzazione della piena coscienza del proprio stato, attraverso una serie di esperienze da vivere, con la possibilità in ogni momento di una presenza positiva e solidale (tecnica, sanitaria o civile, parentale) che aiuti a scegliere il passo successivo alla possibile ultima decisione.

L'esperienza di tanti malati che non riescono a rendersi conto in maniera cosciente del proprio stato fisico e funzionale, molto spesso illusi dalle amorevoli suggestioni dei propri cari e dall'indifferenza del personale sanitario (che non concepisce l'accompagnamento alla morte, vissuto come sconfitta), è testimonianza di quanto ancora si sia lontani dal concepire come il "prendersi cura dell'altro" sia anche modificare le proprie convinzioni, ed essere disposti a correggere i più radicati comportamenti.

E' difficile negare quanto poco basti ad un malato terminale (affetto da malattia NON neoplastica, per esempio) per dargli l'energia per affrontare giorno dopo giorno la sua malattia. Il ricordo di mia zia sul proprio marito, partigiano della Brigata Garibaldi sull'Appennino Toscano, è indicativo: affetto da una broncopneumopatia cronica (da funo e da lavoro come stradino), in ogni celebrazione partigiana partecipava, innalzando una bandiera rossa che sembrava gli moltiplicasse le forze e l'umore, a tal punto che la moglie confessò di volergli cucire un vestito completamente rosso, considerato il benefico effetto!

Se a mio zio bastava una bandiera ad altri sono utili vedere il nipotino oppure il sorriso di un'infermiera ma anche la carezza della moglie o del figlio divenuto adulto. Questi piccoli e domestici elementi servono a ricordare che "la cura degli altri" non è soltanto sanitaria, tecnica, ma anche nel mettere in condizioni tutto il contesto familiare e sociale di essere vicino al paziente. Ovviamente questo richiede informazione, formazione degli operatori ed educazione continua per le famiglie. E risorse.

Vorrei ricordare che anche soltanto comunicare il maniera serena con il paziente ed i suoi familiari richiede tempo (e quindi denaro) al personale sanitario, che deve imparare a farlo nel miglior modo possibile (altro denaro) e deve essere corretto e migliorato dagli opportuni controlli (altro denaro). Ma i tagli alla sanità, le mancate assunzioni a sostituire chi, come me, andrà in pensione tra breve, l'incapacità di elaborare una strategia nazionale ed unitaria sulla sanità, rendono questa battaglia per il diritto ad una morte dignitosa soltanto un aspetto, nobile e da sostenere senza indugio, della necessità di cambiare l'attuale sistema sociale in uno più razionale, sobrio ed umanitario.

Che io continuo a considerare un sistema socialista.




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18 dicembre 2015
Report da Cuba: corpi, bit e conoscenze in movimento.
Se Internet è accessibile ai più soltanto dalle postazioni (scarse) della società di comunicazione ECTESA, con relative file e controlli fuori e dentro la rete, le reti di trasporto fisico sono ben rappresentate dalle linee aeree nazionali (come la Gaviota) e dalla società di autobus Viazul. Della rete ferroviaria parlano male tutte le guide (cartacee) turistiche ed avendo visto la stazione della capitale ci si può credere.

Localmente i trasporti sono garantiti dai mezzi minimalisti come le bici ed i coco taxi, le famose macchine americane degli anni '50, camion militari adattati al trasporto collettivo ed i vecchi autobus cinesi per le linee pubbliche cittadine. Tutti i mezzi sono abbondanti, rapidi nella risposta, flessibili nella richiesta di fermate straordinarie ed utili per il turista bisognoso di informazioni e conoscenza della realtà locale. Abbiamo sempre ricevuto disponibilità ed informazioni da autisti, passeggeri e varia umanità in ogni città dell'isola.


Coco taxi.

Il vantaggio principale del ridotto traffico privato è di facilitare quello pubblico e ridurre notevolmente l'inquinamento veicolare, anche se i vecchi motori contribuiscono all'emissione di particelle incombuste e prodotti vari nell'atmosfera. Teniamo sempre conto che per un cubano una macchina con 200 mila km. al suo attivo è ancora ampiamente utilizzabile fino a .. 400-600 mila km.? Non è possibile rispondere quando il contachilometri non funziona oppure è stato proprio rimosso.

L'unica esperienza forte è quando decidiamo di raggiungere una spiaggia poco lontana da Baracoa. Lo facciamo trasportati da una vecchia jeep americana del '50, modificata prolungando il pianale posteriore dove io e la ruota di scorta ci teniamo compagnia, per tutto il viaggio di un'ora circa, tra salti, gimkane e stop-and-go per le numerose buche e deformazioni della strada (sic!). La giornata passata sulla spiaggia tropicale, con aragosta servita direttamente sulla sdraio, ci ripagherà di tutto.

Come per i trasporti e le comunicazioni in rete, lo stesso potrebbe dirsi (in maniera acrobatica, l'ammetto!) per la stampa periodica. E' presente quella di partito e d'organizzazione (Granma, Joventù Rebelde, Trabajadores ecc.. tutte raggiungibili anche via Internet) oltre ad una miriade di pubblicazioni locali, ma nessuna pubblicazione straniera-estera. L'idea che ci siamo fatti è di una stampa "di servizio" che possa essere utile al cittadino e quindi più ricca d'informazione che di commento. Non vedo riviste di alcun tipo, nè fumetti od altra pubblicazione presente nelle nostre edicole. Che non ho mai visto.

Una nota a parte va fatta per Radio Reloj che è veramente suggestiva da ascoltare "in vivo", con i secondi scanditi (da un metronomo) in sottofondo in una atmosfera da eterno conto alla rovescia .. Se pensiamo che questa emittente della capitale nasce nel 1947 è impressionante la sua modernità nel fornire brevissime notizie a cadenza ravvicinata oltre a permettere a tutti di conoscere ed essere continuamente sincronizzati sulla stessa ora.


Radio Reloj, dall'ascolto un po' angosciante ..

La TV trasmette notizie e programmi musicali di vario tipo, spesso registrazione di concerti e manifestazioni importanti. Abbiamo trovato difficoltà a sintonizzarci su altre TV e forse questo spiega perchè le parabole televisive sono pressoché inesistenti ovunque. Del resto abbiamo avuto poche occasioni di parlare con qualche cubano più sensibile all'argomento politico

Tra queste quella di una impiegata di una agenzia turistica governativa che, con un ottimo italiano, ci spiegava come lo spirito rivoluzionario si fosse in qualche modo affievolito soprattutto nelle nuove generazioni "prive dei valori della generazione dei suoi genitori" la cui madre aveva fatto parte della colonna di Ernesto Guevara diretta a Santa Clara.


Il Caterpillar usato per bloccare il treno blindato.

Vedremo proprio il treno catturato dall'esercito ribelle a quello di Batista, a Santa Clara, e comprenderemo dal racconto fotografico piuttosto che dai reperti storici, come l'azione dei semplici cittadini fu decisiva nell'episodio. Le informazioni fornite ai rivoluzionari in marcia dalla Sierra Maestra furono utilizzate per localizzare e neutralizzare le forze nemiche, di molto superiori per numero ma scarsamente motivate e molto isolate, e successivamente fu proprio grazie ad un simpatizzante rivoluzionario locale che con una ruspa americana furono divelte le rotaie del treno blindato che si trovo immobilizzato in mezzo ad una umanità ostile.

 




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11 dicembre 2015
Report da Cuba: economia, affari e rivoluzione.
I segni della rivoluzione patriottica cubana sono sui muri. Slogan, ancora vividi nei colori e nel contenuto, e in ogni barrio (quartiere) la sigla CDR (Comitato Difesa Rivoluzionario) a tinte accese, spesso accompagnato dalle immagini dei martiri politici o dal simbolo stilizzato della organizzazione.

Pochi cubani hanno voglia, almeno con i turisti, di parlare di Politica (con la "p" maiuscola) e si limitano a condividere giudizi generali, sulla necessita' che il blocco americano sia abolito, sulle grandi possibilita' di sviluppo dell'Isola e dei suoi abitanti e sull'inevitabile adeguamento dei salari per l'acquisto delle merci future.

I maggiori critici sulle condizioni di vita attuali sono proprio turisti e italiani residenti che denunciano il controllo dello stato sulle persone attraverso informatori e spie, quanto i bassi salari. Tutti i cubani che abbiamo incontrato "pensano positivo": ti dicono che "il denaro non e' tutto" ma anche che "le mance, per piccoli servizi ed attenzioni, li aiutano a migliorare la vita".




Come per il potente vicino americano la piccola somma lasciata dal turista per gratitudine potrebbe diventare una istituzione, con la grande differenza rispetto a quello, di avere garantiti dallo stato i servizi fondamentali come sicurezza, sanita' ed istruzione (per le risorse disponibili). Del resto gia' Cuba si offre come centro di formazione universitaria per i professionisti di tutta l'America Latina e domani potrebbe offrire (come ci suggerisce Ignazio, la nostra discreta guida delle casas particulares) delle ottime prestazioni sanitarie agli americani, a prezzo dimezzato rispetto a quelle del loro sistema privato nazionale.

Che cosa sono quindi gli affari per i cubani? E per Cuba? Difficile riuscire a rispondere anche dopo una lunga vacanza.. La sensazione e' che abbiano avuto una educazione che contrasta l'individualistico singolo successo o meglio esaltano il sacrificio e la volonta' personale (un esempio e' quello del Che) destinato al benessere collettivo, agli altri.

Per questo tipo di "narrazione", anche della propria storia come quella di movimenti patriottici guidati da eroi e martiri (Jose' Marti' tra tutti), la singola e feroce competizione sul terreno del successo economico individuale ha poco spazio di sviluppo, a differenza del campo delle arti ma anche in quella di altre discipline come la medicina, l'agricoltura, l'educazione e l'insegnamento.



Josè Martì, definito "apostolo".

Anche nelle piccole cose quotidiane, nella vita comune, a Cuba prevale la politica come arte di governo della collettivita' e come scelta tra alternative diverse, lasciando al denaro ed alla economia il solo ruolo di strumenti al servizio della classe dirigente. Un segnale incoraggiante di questa resistenza alla "economia feticista e semplificata" del neoliberismo sono le campagne destinate a introdurre la qualita' come diffuso miglioramento dei servizi offerti a cittadini e clienti (turisti).

Abbiamo apprezzato, per esempio ma direttamente, l’offerta di Viazul, compagnia di autobus nazionale che collega tutti i principali centri dell'Isola. Dotata di moderni autobus di produzione cinese (Youtong) ha un’organizzazione simile a quella aeroportuale, con possibilita' di prenotazione e successivo check-in, carico dei bagagli nella stiva, trasferimento, con la sicurezza del posto prenotato (anche via Internet) in una lista passeggeri utile sotto profili diversi. Qualche manifesto in sala d'attesa e diversi avvisi interni confermano l'esperienza pratica, più volte verificata.

Recentemente e' stato introdotto l'obbligo di tenere in ogni esercizio commerciale (la tienda, il negozio) il registro dei suggerimenti e reclami. Non abbiamo avuto modo di utilizzarlo, forse anche per la nostra buona disposizione verso persone educate e gentili, ma il segnale e' stato dato, e una lettera comparsa nei giorni della nostra vacanza sul Granma (Organo del PCC) e' esemplare per dimostrare la discussione iniziata a questo proposito.




In breve, un lettore riferendosi ad un articolo precedente sulla istituzione del Registro dei reclami, dopo aver elencato una serie di atteggiamenti inopportuni da parte dei commessi verso i clienti (una decina, verosimili e comuni a qualunque servizio commerciale cubano od europeo), suggeriva di approfittare delle periodiche riunioni tra il responsabile, il capo (jefe) de negozio ed i suoi commessi per parlarne, per discutere dei "fattori di non qualita'" e per correggerli per migliorare la soddisfazione dei clienti (stranieri o meno).

A conclusione di queste note vorrei dire come molti aspetti eccellenti della realta' cubana vengano poco valorizzati, in primo luogo la sicurezza. Per nostra scelta (la stanchezza di scarpinare per tutto il giorno, in giro) ed anche in nome della sicurezza, non siamo quasi mai usciti durante la sera, ma durante tutti i nostri movimenti abbiamo ricevuto richieste di servizi vari ma mai ripetuti oltre misura, e sempre grande disponibilita' e gentilezze disinteressate. Ma questo clima viene forse considerato normale, un obbligo verso il cittadino e l'ospite. E naturalmente nessuno pensa che la paura sia, per il turista, il segno che si porta inciso nel comportamento (e nell'anima) quotidiano nel proprio paese ...




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8 dicembre 2015
Report da Cuba: consumi.

Siete appassionati frequentatori di centri commerciali? A Cuba scordateveli, o quasi. Precisiamo subito che esistono due circuiti commerciali generali: quello destinato ai locali, che possono pagare in pesos nazionali (CUP), e quello destinato a chi può pagare in CUC (1CUC=25 CUP ca.). In qualche negozio (pochi) accettano entrambe le divise.

Non esiste alcun divieto per un cubano di pagare in CUC, ma il cambio è poco conveniente, anche se alcuni articoli sono esclusivamente acquistabili nella valuta turistica. Se credete di poter risparmiare sul vostro soggiorno pagando nella valuta locale potete tentare il colpo, ma a condizione che vi "mascheriate" da cubani e parlate solo il sufficiente per l'acquisto. E siate fortunati da non essere riconosciuti come turisti, pena l'applicazione della diversa tariffa o prezzo, ovviamente nella valuta più pesante.

Un principio commerciale generale stabilisce che se una merce non c'è non può essere venduta, ma eventualmente prenotata. A Cuba esiste sicuramente un mercato nero delle merci introvabili (quindi prenotabili), e di questo è responsabile il blocco americano che da decenni colpisce l'isola, anche se da pochi mesi circola la voce che il blocco è stato abolito o che presto lo sarà.


Con questo nuovo razzo continueremo a premere ..
[razzi: multe alle banche, campagna mediatica, Legge di Aggiustamento Cubano,
provocazioni, annullamento di Google ..]
E noi continueremo a resistere!

Falso. E che non rende giustizia delle vere e proprie acrobazie con cui i cubani sopperiscono alla carenza di pezzi di ricambio meccanici, di farmaci, di materiale edilizio, elettronico e quanto altro è normale trovare nei negozi occidentali ma che a Cuba purtroppo non c'è. Quando arriva qualche stock di merci vedete subito formarsi una coda ordinata davanti al negozio e pazientemente aspettare il proprio turno per l'acquisto della merce, che potrà eventualmente essere scambiata con qualcosa di più utile.

Il bloqueo (blocco economico americano) è attenuato dalla fornitura di prodotti da parte della Cina, oppure del Vietnam (riso), ma anche del Canada e quanti altri vogliano sfidare gli USA. Proprio sul volo di andata, nella tratta Toronto-Cuba, abbiamo incontrato un uomo d'affari canadese (di origini italiane) che da vent'anni commercia carni, di provenienza sudamericana, nel circuito turistico alberghiero isolano. Pochi sanno che le regole del blocco sono severe e costringono qualunque paese o soggetto che voglia avere rapporti commerciali col "nemico cubano" a evitare accuratamente ogni relazione con l'America e le sue aziende, pena l’esporsi alla stessa discriminazione e contromisure fino alla rottura dei rapporti commerciali.

Nonostante questo i cubani sono forniti di generi essenziali ad una vita dignitosa e confortevole: condizionatori e ventilatori, elettrodomestici diversi, telefonini, motorini, mezzi di trasporto collettivi (i mitici autobus youtong delle linee Viazul!). Il prezzo maggiore di questa discriminazione è pagato dalla scarsa varietà di generi, prevalentemente alimentari, limitati a quelli di produzione locale. Ma anche di quei prodotti (in)utili a riempire una vita (occidentale) altrimenti noiosa, ed incredibilmente di ropa (abbigliamento), che non sia limitata a quella tradizionale, semplice e di buona fattura, ma non "alla moda". Del resto l'impressione è che l'incredibile uniformità delle condizioni atmosferiche in qualunque periodo dell'anno non favorisca i guardaroba stagionali.



La regola che vede interi gruppi sociali indossare lo stesso abbigliamento (come alunni, militari, impiegati ecc ...) contribuisce a dare l'impressione di un Paese che veste in maniera dignitosa ed essenziale con qualche variazione negli accessori (secondo la moda del momento) di provenienza cinese, uguali in ogni bancarella di ogni parte del mondo. La tolleranza a queste limitazioni è ancor più ammirabile vista la necessità di razionare ogni risorsa alimentare, nonostante la discussione e l'impegno ad aumentare la produzione del cibo per rendere autosufficiente l'Isola.

A ogni cittadino e famiglia viene garantita la sufficiente quota alimentare con "la libreta", molto simile alla tessera annonaria che l'Italia ha conosciuto ai tempi del fascismo. Ricordo ancora un quadro esposto in una galleria di Trinidad che rappresentava una famiglia cubana attorno alla tavola da pranzo con il personaggio centrale dal volto rappresentato con un dollaro americano. Una vecchia libreta era attaccata alla cornice e il titolo recitava: Il pranzo della festa.




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6 dicembre 2015
Report da Cuba: personaggi.

Se a Cuba c’è qualcosa di abbondante è la facilità di comunicare con l’altro: parlando (il cubano perché altre lingue non sono troppo conosciute), gesticolando, cantando ed anche semplicemente sorridendo. Soltanto un pezzo di legno non riuscirebbe a comunicare qualcosa e a vincere la curiosità di chi incontra, forse neanche quello che sarebbe osservato, maneggiato e alla fine usato come strumento musicale. Dal primo giorno del viaggio si trova un clima nuovo, tropicale per il caldo e l’umidità quanto per la simpatia e la serenità (spesso allegra) di chi si incontra, un po’ dovunque.

 

Abbiamo prenotato la prima pensioncina con Internet, in un sito semplice ma efficiente. In un italiano approssimativo ci informa che sarà possibile avere un taxi a disposizione per il trasferimento dall’aeroporto fino alla casa e che ci costerà 25 CUC (peso convertibile, circa 25 euro). E si dilunga in un generico servizio di assistenza per tutta la vacanza che, ammetto, prendiamo come una generale e cortese disponibilità verso i turisti. Sbagliando.

 

Ignazio è un ingegnere dell’acquedotto dell’Havana ma come secondo lavoro gestisce il sito internet di prenotazione per casas particulares. E’ un quarantenne, bianco, vestito come tradizione cubana con camicia chiara e pantaloni scuri che si esprime in uno spagnolo reso il più facile possibile e colorito di un’ espressività profondamente latina. Da professionista esperto ci propone di stabilire le diverse tappe del nostro viaggio, ci garantisce l’assoluta gratuità del servizio, ci fornisce le indicazioni operative con cui contattarlo per telefono in caso di bisogno.

 

In poco meno di un’ora ha pianificato, con una vecchia cartina alla mano, l’intero tour dell’isola che avevamo preventivato, anche se spinge e sostiene la permanenza per qualche giorno a Varadero, la Rimini cubana, trovando l’entusiasmo di mia moglie. Non ha dimenticato di metterci a nostro agio raccontandoci che anche suo padre ha partecipato alla Rivoluzione e che crede che Cuba potrà diventare un modello sociale di socialdemocrazia, una sorta di Svezia caraibica. Aggiunge che non è comunista mentre mia moglie si vendica e indicandomi dice “lui si ..”.

 

Usciamo per la prima volta nella capitale e un po’ disorientati cerchiamo il mezzo per raggiungere l’orto botanico e l’Expo che proprio in questi giorni raduna la comunità del business nazionale. Chiediamo a un anziano dal passo lento che ci dice di seguirlo fino all’autobus e ci racconta di essere un vecchio militare in pensione, che dall’esercito ha imparato “un mestiere, a distinguere il bene dal male e i nemici dagli amici ..”, che ha fatto la campagna di Angola (a difesa della liberazione dai portoghesi del paese e del suo dirigente rivoluzionario Agostino Nieto), che è separato dalla moglie e con diversi nipoti e qualche bisnipote.



Motociclista della polizia, spesso su Guzzi California.

 

Ci lascia alla fermata dell’autobus, popolare ed economico, non prima che gli abbiamo regalato qualche pezzo di sapone che sappiamo carente a Cuba, e che fa sparire rapidamente in una borsa, ringraziandoci mentre rischia di perdere il proprio autobus per darci più precise indicazioni. Dopo un lungo viaggio in bus ed una camminata infinita arriviamo al Parco Lenin che raccoglie diverse destinazioni, comprese le nostre, per incontrare la guida dell’orto botanico che ci accoglie nel suo primo giorno di lavoro dopo un infarto, che lo ha costretto “ a dimagrire di venti kili, smettere di bere e di fumare, iniziare a camminare per almeno un’ora la giorno ..” e tutte le identiche prescrizioni che anche in Italia vengono fornite a questi pazienti.

 

Dopo la visita all’orto è commovente vedere come la nostra guida è accolta dai suo colleghi, con abbracci e baci e per i più timidi con grandi sorrisi e frasi di benvenuto, in un clima che da solo è una medicina per lo spirito di noi tutti.  Al nostro ritorno anche le sorelle, padrone dei “Due Leones” la casa dove soggiorniamo, faranno di tutto per prepararci una cena molto tradizionale anche per noi, con minestra, verdure ed il pesce che tanto piace ad Antonia. Un clima familiare che è reso ancora più affettuoso dall’interesse genuino della signora che si occupa della cucina, espressiva e sicura di sé e delle sue ricette a suo dire uniche e prelibate ..

 

A Santiago de Cuba  è il primo incontro con la memoria storica della regione da cui partì il movimento rivoluzionario. E' una abuela (nonna) molto grassa e che dirige la famiglia composta dalla figlia, il genero e due nipoti adolescenti. E' depressa per la recente morte del marito, ma anche per le proprie condizioni di salute e quelle piú generali della famiglia che ha "rinunciato ad un po' di intimità per accogliere qualche turista" con cui arrotondare dei poveri salari (il genero docente universitario di biologia viaggia sul 35 euro mensili).


Anche tra gli ospiti non mancano le delusioni per quelli che credono di accompagnarsi intimamente con qualche occasionale amico/ca nella camera in affitto,  fanno precisare alla padrona che "questa casa non è un casino". Siamo d'accordo, anche per il grande senso di famiglia tradizionale che traspare da ogni gesto ed in ogni momento della giornata sintetizzata dalla forte attenzione ai bambini, un uso ragionevole della tv ed una serenità percepibile senza alcun sforzo tra tutti i membri della piccola cumunità.


E' garantita la libertà di scegliersi un compagno

con legame duraturo e non occasionale.


Dal suo racconto sanitario impariamo che la sanità cubana non ha nulla da invidiare, per l'attualità e correttezza dei trattamenti, a quella europea o americana, salvo che per la difficoltà di recuperare farmaci (per esempio la morfina per il controllo del dolore da cancro del marito) risolta con un aiuto di un amico canadese che ha trasportato dal Canada una decina di fiale di morfina, ovviamente rischiando la galera per traffico di stupefacenti.


La famiglia era ricca prima della rivoluzione ma oggi si trova ad essere equiparata alle altre. Nonostante questo, i lavori domestici sono svolti da personale dedicato, e crediamo pagato dallo stato, che probabilmente viene utilizzato anche come informatore su eventuali deviazioni politiche, che si potrebbero tradursi in piccole truffe ai danni delle finanze governative.


Abbiamo già incontrato anziani a La Havana, che distribuivano i giornali di partito ed organizzazione come il Granma (organo del PCC [Partito Comunista Cubano]) e Juventud Rebelde. Ci sono sembrati poveri, al contrario dell'abuela grassa, che cercavano di integrare le entrate della pensione con la diffusione della stampa ai turisti, quella stessa stampa che probabilmente viene distribuita per posta, o consegnata a mano agli abbonati. In effetti non abbiano mai vista una sola edicola nelle città dove siamo stati.


A Cuba trovano anche gli italiani che si sono qui trasferiti. C'è il pompiere ferrarese in pensione che da poco ha sposato la trentenne a Camaguey, e con lei tutta la famiglia che mantiene come un ricco, ma anche l'abruzzese che ha ricevuto di recente l'avviso di pagamento per la Tv della propria casa che peró ha venduto da qualche anno, e si ritrovano tutti al bar "la Dolce Vita" in Camaguey.



In formula associativa od individuale gli italiani

sono considerati buoni amici a Cuba.

Restiamo colpiti da qualche coppia in cui l'italiano sembra il nonno di lei, tanta è la differenza di età. Questo è assolutamente legale, a patto che la coppia sia sposata oppure venga dichiarato lo stato di convivente attraverso una registrazione presso l'ufficio emigrazione dei dati relativi allo straniero con cui si ha rapporto. Ce lo raccontano una coppia di giovani laziali, amici proprio di due fidanzati (lei cubana) che vengono fermati dalla polizia nel sospetto di una relazione mercenaria.


I personaggi che incontriamo potrebbero trovarsi anche in Italia, anzi, a paragone i cubani spiccano per un certo caloroso distacco quasi nordico se non fossimo ai tropici. Ecco quindi che chiacchero, in cabina, con il conduttore di una locomotiva che porta il treno dei turisti nella Valle degli Ingenios, a Trinidad, e mi spiega come i salari siano modesti, appena sufficienti per vivere e soltanto con qualche mancia dei turisti ci si possa concedere qualche extra. Stessa età per andare in pensione, turni di 16 ore per una settimana, poi una settimana di riposo.


Qualche attenzione in piú, anche se molto sobria, la troviamo nei paradores (ristoranti a conduzione privata) che abbiamo frequentato qualche volta. A Santa Clara il migliore della città è gestito da un grasso e biondo vecchio gay che conosce Milano dove ha abitato con un amico, a Trinidad alla "Redacion" vecchia sede del "Liberal", un giornale prerivoluzionario che credo si sia molto giovato del cambiamento di destinazione. Un piccolo gruppo di giovani serve e cucina dei buoni piatti della serie da loro definita di "tradizione cubana con un tocco d'Europa". In ogni locale musica dal vivo, ben suonata e cantata da artisti locali.


Non esiste folclore umano e locale perchè ognuno dei cubani con cui abbiamo avuto un contatto si presenta per quello che è, cittadino educato e rispettoso delle leggi, amante dell'ironia e della musica, curioso di saper chi sei e da dove vieni. Nessuno è critico verso il proprio Paese, tutti sperano in un futuro migliore senza lamentarsi troppo del presente.




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1 dicembre 2015
Report da Cuba: la partenza e le "casas particulares"
Report da Cuba.
= In partenza =

Nell’ultimo giorno all’Havana vorremmo conoscerla tutta e soltanto dopo prendere il volo per casa. Ovviamente piove e stanno restaurando il monumento più vicino. Ci sentiamo abitare un mondo tra i Caraibi e l’Europa, quello dove la conoscenza è insufficiente a spiegare e il sentimento è confuso.

Siamo tornati alla città di partenza del nostro viaggio per tre settimane a Cuba: l’Havana. E dell’Havana abbiamo un ricordo stinto dopo che abbiamo visto le principali città dell’isola. Il vecchio quartiere in cui abitiamo e da cui partiamo per le nostre esplorazioni a piedi, soddisfa soltanto chi è in cerca di decadenza e sporcizia, abitato da cittadini dignitosi e sempre indaffarati ed è circondato da edifici in ristrutturazione con pannelli che illustrano il “prima ed il dopo” del rifacimento. La sensazione è che tutta la vecchia città sia stata trasformata in un grande cantiere per recuperare anche questa parte di territorio al decoro e alla decenza socialista presenti in tutto il paese.

Pensavamo di passare l’ultima notte nella stessa casa particular dell’arrivo, ma il turismo in crescita (che aumenterà in dicembre, ci avvisano “preoccupate” le due sorelle proprietarie) ci dirotta in una casa vicina, nello stesso quartiere, dove da una terrazza si gode il panorama della Habana Vejia (zona del primo insediamento cittadino, delimitata dalle vecchie mura) e del Capitolio, monumento che vorremmo visitare. Salutiamo rapidamente le proprietarie e non possiamo purtroppo ringraziare Ignazio (ingegnere dell’acquedotto e imprenditore turistico) che ci ha assistito, anche se a distanza, per tutto il viaggio.


Il Capitolio, La Havana, Cuba

Facciamo una piccola colazione in un bar nel quartiere, con i soliti tipi che lo frequentano, comuni in tutto il mondo, e una strana coppia proprio al tavolo accanto a noi. Un giovane della sicurezza e una donna più vecchia di lui ma fascinosa e paziente che lo ascolta, rispondendo con sguardi affascinanti e piccoli gesti ricchi di significato al suo monologo amoroso. Il locale è fatiscente ma ricco di vita ed al muro noto, stampato su carta ormai consumata dal tempo, tutte le informazioni necessarie per il consumatore: lista dei prezzi, scritta a mano ed illeggibile, responsabili vari e possibilità di reclami.

Percorriamo la via principale che ci porterà al Capitolio, il monumento da vedere, ma inizia a piovere sempre più forte e dobbiamo rinunciare anche perché stanno restaurandolo. Ci proteggiamo sotto i portici che lo fronteggiano insieme agli altri turisti e agli habaneri che sono usciti per una passeggiata domenicale. Prendiamo l’autobus turistico ma economico che fa il giro della città e la godiamo mentre la pioggia lava la scarsa sporcizia e i numerosi sensi di colpa di essere ricchi europei in una città straordinariamente vivace di umanità latina.

Assistiamo alla truffa che la bigliettaia (d’accordo con l’autista) mette in pratica: riceve i pesos convertibili (pregiati ed equivalenti all’euro o dollaro) e promette i biglietti al momento della discesa, ma quando qualcuno li chiede gli da quelli usati. E’ allegra e intrattiene piacevolmente una compagnia di giovani venezuelani, con l’aiuto del microfono, cazzeggiando in un clima goliardico e festoso. In piccolo, sfacciatamente, ha assimilato le nostre tecniche occidentali d’intrattenimento (più efficace e poliedrico) che coprono le truffe a danno del popolo. Anche noi al momento di scendere chiediamo i biglietti promessi, ma avendo terminato quelli falsi la costringiamo a staccarcene di nuovi.


Economico, indispensabile nelle giornate (rare) di pioggia.

Il bilancio del tour è che il quartiere vecchio della città non la rappresenta ne bene ne completamente perché nella città nuova ci sono ampie strade, palazzi, grattacieli, monumenti e quartieri composti di casette unifamiliari o condomini popolari. Conosciamo anche la zona degli alberghi turistici, un anonimo ghetto a cinque stelle. Scendiamo senza saper bene dove andare, anche perché il museo degli Orishas (déi panteisti della santeria locale, di origine africana) è chiuso per la festività.  E’ tardo pomeriggio e la fame ci guida verso il quartiere cinese (Barrio Chino), li vicino, dove cerchiamo il buon ristorante indicato dalla guida. Mangeremo bene spendendo poco. Torniamo a casa per riposare fino alle quattro di stanotte quando un taxi ci porterà all’aeroporto per Toronto, Francoforte e poi a Milano.

= La rete delle “Casas Particulares”=

Abbiamo soggiornato nelle casas particulares di sette località cubane, partendo da La Havana per ritornarvi, dopo aver percorso l’isola per tutta la lunghezza. Ogni casa aveva una diversa storia, famiglie con cucine e abitudini differenti. Ovunque un’accoglienza calorosa ma mai troppo invadente. In ciascuna residenza abbiamo dormito e fatto la prima colazione, spesso consumata la cena e sempre pianificato il percorso successivo. L’aiuto del cubano Ignazio si è dimostrato particolarmente utile ma discreto.

Vengo da una famiglia con una madre che per molti anni ha fatto l’affittacamere e sono sempre stato abituato a vedere estranei per casa e al tavolo da pranzo. Per questo ero preparato al circuito di camere private che avremmo utilizzato per girare l’Isola, all’accoglienza familiare ma anche alla necessità di adattarsi alle abitudini locali. La casa particular è diventata una vera e propria istituzione turistica da quando il governo ha permesso a chi ne aveva la disponibilità di affittare una o più camere all’interno o vicino al proprio nucleo domestico. Si tratta spesso di abitazioni con molti vani, balconi e terrazze oltre a piccoli giardini interni, aperti o coperti da una grondaia. Sono case coloniali anche per l’arredamento storico, il gusto spagnolo barocco e la presenza di personale domestico (anche se dipendente e stipendiato dallo Stato).

La colazione è quasi uguale dappertutto e composta di caffè (fortissimo), latte intero (molto buono), “pane tutto mollica”, burro e qualche marmellata di produzione propria, oltre a frutta tropicale di stagione (banane, mango, frutto della passione ..), “formaggio giallo” tipo olandese e succo di frutta. Qualche volta sono proposti biscottini fatti in casa. Volendo fare la colazione fuori casa ci si può rivolgere a qualche negozio statale o privato, ma spesso è necessario recuperare qualche dolce e trasferirsi per il caffè in altro posto, anche se dimezzando il costo totale.


Aspetti di casas particulares: nessuno standard predefinito ma tanta affettuosità.

Per combattere il caldo e l’umidità, ogni stanza è dotata di condizionatore e/o di ventilatore/i oltre ad un bagno indipendente. Anche se con impianti igienici precari nel funzionamento e nell’uso: in più occasioni abbiamo visto il sifone della doccia con incorporata la resistenza per scaldare il getto, collegata con due fili uniti da nastro isolante all’impianto principale, oppure il divieto di gettare la carta igienica nel water per il rischio di otturare il sifone di scarico …. Di sicuro sono problemi legati alla vecchiaia dei sistemi di fognatura ed alla mancanza di forniture di ricambio per effetto del blocco economico americano.

L’accesso alle stanze è stretto, attraverso scalette spesso esterne e che conducono alla stanza indipendente al piano di sopra, l’arredo è spartano anche perché il clima è tropicale e la sensazione è che tutto tenda a marcire più in fretta. Armadio, sedie e comodini sono ridotti all’osso. Rapidamente si entra in confidenza con i proprietari, e molto aiuta la professione che uno svolge o la famiglia lasciata a casa e di cui parlare.

Nonostante la scarsa padronanza della lingua confidiamo le impressioni del turista sul Paese mentre i padroni di casa ci raccontano della propria vita prima di cominciare quell’attività. Molti erano proprietari di terra, poi espropriati dalla rivoluzione, alcuni ricchi diventati salariati comuni, altri ancora nuovi proprietari perché sostenitori del governo e per questo premiati.


La terrazza,
elemento frequentissimo nelle (ex) case coloniali cubane.


Una vera e propria umanità che si rassegna a perdere “una parte dell’intimità” domestica, come ci dice la nonna della casa di Santiago de Cuba, a favore di migliori condizioni di vita e di qualche soldo in più. Quasi ovunque nelle case troneggiano quadri con immagini sacre, ritratti familiari spesso collettivi e numerosissime statuette di ceramica e porcellana distribuite su tavolini e ripiani.

Abbiamo ripetutamente cenato nelle casas, risparmiando qualcosa e con la garanzia di una buona qualità del cibo. Tutto quello di cui potevano disporre ci è stato offerto, e sempre è stato manifestato intesse per la soddisfazione del turista e per eventuali altre richieste. Sentirsi a casa, anche se così lontani da quella propria, è stata una sensazione piacevole e costante di avere sempre “una base” da cui poter ripartire freschi ogni mattina per ritornarvi stanchi tutte le sere.

Se l’architettura è quella coloniale, per funzionalità, colori e forme, il gusto estetico è latinoamericano, meridionale. Nei riferimenti personali è forte il legame alla famiglia, che si estende ai parenti ed agli amici. Molti sono i credenti nella religione cattolica romana e di un preciso codice etico e morale sostenuto dalla Chiesa e dallo Stato Socialista.



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29 novembre 2015
Il ministro del lavoro .. altrui.

"Se cambia il modo di lavorare può cambiare anche il modo di definire la retribuzione: mi sembra una cosa ovvia, non credo di aver detto cose da extraterrestre". Lo afferma il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, in un'intervista al Sole 24 Ore.

"Io -spiega Poletti- ho parlato della necessità di pensare a un contratto che non abbia il riferimento orario come unico parametro" e "fare questa considerazione non può esser tradotto nella volontà di abolire ogni riferimento all'orario o di rottamare il contratto nazionale".

"Se non si vuol discutere ok -prosegue Poletti- ma non mi si possono attribuire valutazioni che non mi appartengono".

Secondo il ministro,

"dobbiamo ragionare di un lavoro organizzato più per obiettivi che per orario. Questo consente una maggiore flessibilità e più coerenza tra tempi di vita e di lavoro, non meno diritti, ma più responsabilità condivisa".

Quindi assicura che "non esiste nessuna relazione automatica tra queste riflessioni e la discussione sulla riforma degli assetti contrattuali. Ribadisco che su questo il Governo ritiene importante che le parti sviluppino il loro confronto e che possano arrivare a un accordo", ma se questo accordo non arriverà "in tempi ragionevoli", si "valuterà cosa fare".

Su questo punto Poletti ribadisce che va promossa "la contrattazione vicina all'azienda" senza "prescindere da un ruolo importante del contrattato nazionale".

Repubblica.it

"L'idea" che emerge è quella di un "ministro che non conosce com'è fatto il lavoro" e "vuole apparire come Ufo robot, per risolvere tutti i problemi. Ma le condizioni non vanno che peggiorando". Così la leader Cgil, Susanna Camusso, ha commentato, nel corso della manifestazione del pubblico impiego, le parole del ministro Giuliano Poletti, che ieri aveva detto di non utilizzare solo l'ora-lavoro come riferimento per i contratti.

"L'idea che ha il ministro - ha sottolineato Camusso - è che non ci siano più delle regole per i diritti dei lavoratori. Il ministro non conosce com'è fatto il lavoro, il rapporto che c'è tra la fatica e il tempo dei lavori. Vorrei vederlo a tradurre ciò che ha detto nella concretezza del lavoro quotidiano delle persone. Forse - ha evidenziato Camusso - un ministro del Lavoro dovrebbe sapere di cosa parla".

Commento.

Vivo al Nord d'Italia dove da ormai molti anni verifico la chiusura di moltissime aziende. Molto spesso non mancano gli ordini ma, al vecchio proprietario sono succeduti figli o soci che lasciano andare in malora la proprietà. Ho verificato questa realtà direttamente, attraverso il racconto di operai o degli stessi imprenditori critici verso le nuove proprietà.

Questo succede perché la Costituzione Italiana tutela il diritto alla proprietà privata, dai pochi spiccioli nella mia atasca fino a quella di aziende importanti. Nei casi di crisi aziendale (per qualunque motivo) nessuno si azzarda a mettere in discussione questo diritto: viene richiesto l'intervento dello Stato Italiano (che siamo noi, chiamati a risanare i debiti ..) in forma di Cassa Integrazione, viene chiesto l'acquisto da parte di altri padroni, viene semplicemente chiuso lo stabilimento fottendosene di mandare per strada centinaia di famiglie ..

La domanda è al ministro Poletti: se vogliamo essere pagati anche "per obbiettivo" perché non ci date anche il diritto di rilevare l'azienda, di diventarne i padroni, di salvarla da politiche delinquenziali ed irresponsabili? Questo dovrebbe essere definito all'interno della Carta Costituzionale in questa epoca di "riforme". A questo punto, e solo a queste condizioni, l'Azienda diventerebbe anche la Nostra Azienda per cui lavorare non più con un criterio soltanto orario ma anche di scopo, di obiettivo.

Se questa condizione, in modi e percorsi diversi, non può essere garantita, il prestatore d'opera offre il suo lavoro sulla misura del tempo che dedica allo stesso. L'organizzazione dei processi produttivi non gli compete perché l'azienda non è di sua proprietà e quindi lui non vende la sua capacità organizzativa, la sua motivazione, la sua intelligenza ma soltanto il suo tempo che altri devono organizzare.

Gli altri sono i dirigenti compresi tra Padroni/Azionisti e lavoratori. E' compito di questi dirigenti l'organizzazione migliore dei processi produttivi in cui la produttività sia ricercata ed aumentata, rispettando quelli che sono i diritti sindacali conquistati con le lotte ed il sacrificio. Ma forse di questo si dimentica Poletti che non ha avuto bisogno di troppi sacrifici per raggiungere la sua posizione, ma soltanto di essere sostenuto dal Partito e dagli amici degli amici fuori e dentro di questo ..

Ecco! Un ministro che da l'esempio e non risparmia il suo tempo per esprimere contenuti provocatori nei confronti dei lavoratori salariati.




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24 ottobre 2015
Io ed il Sistema Sanitario Nazionale.
Il danno e la beffa - QuotidianoNet

23 ottobre 2015

Il buco nero della sanità rischia di ridimensionare quel taglio delle tasse annunciato a gran voce dal governo. Infatti, nelle Regioni già in deficit, la riduzione dei trasferimenti prevista nella Legge di Stabilità potrebbe tradursi, quasi automaticamente, in un aumento dell’addizionale Irpef (o Irap) se non è già ai massimi o, nei casi estremi, nel ritorno del vituperato ticket.

Come a dire: con una mano si dà, tagliando le tasse sulla casa, e con l’altra si toglie, per fare fronte ai deficit della sanità. Un copione già visto in passato e che Renzi, ieri, ha fortemente smentito. Ma le parole del premier non hanno affatto convinto i presidenti delle Regioni, pronti a salire sulle barricate.

Polemiche esagerate?

Se si guardano i dati degli ultimi dieci anni, verrebbe da dire di sì: la spesa sanitaria è cresciuta di oltre il 33%, arrivando a sfiorare i 113 miliardi nel 2015. Ma, dentro questi numeri, la realtà è diversa. E registra il clamoroso fallimento di quella riforma federalista che, 14 anni fa, era nata con l’idea di risanare i bilanci della sanità. In parte questo è stato fatto, grazie soprattutto ai tagli operati col commissariamento delle Regioni in profondo rosso.

Certo, il percorso non è stato completato e i bilanci sono sempre fortemente in bilico. Ma è indubbio che la cura dimagrante ha avuto i suoi effetti tanto che perfino la Corte dei Conti ha dovuto riconoscere che, a furia di tagliare, la sanità italiana rischia ora di passare da un deficit contabile a un deficit assistenziale. Ovvero, gli ospedali non saranno più in grado di coprire le esigenze di una popolazione che invecchia velocemente.

La coperta non solo è sempre più corta ma diventa insufficiente. È sempre più urgente un intervento non solo sui costi ma soprattutto sulla gestione delle Asl. Che fine ha fatto, ad esempio, l’introduzione dei costi standard? O, la misurazione delle performance dei manager sulla base dei risultati? O, ancora, l’arrivo dei livelli di assistenza minimi, in grado di ridurre se non cancellare le differenze da Regione a Regione?

Senza una riforma strutturale, il rischio reale è che gli italiano si trovino a pagare due volte i costi del mancato risanamento: pagando più tasse e ricevendo prestazioni meno efficienti. Come a dire: oltre al danno anche la beffa


La ministra della sanità: il profilo politico domina, le capacità non sono evidenti ..

Le tasse aumenteranno

Dalla Puglia, si fa sen­tire il gover­na­tore Michele Emi­liano che ricorda un altro aspetto dello strappo di Chiam­pa­rino: la richie­sta del decreto «Salva-Regioni» neces­sa­rio per non far col­las­sare i bilanci delle regioni. Emi­liano rilan­cia la tesi della riforma del regio­na­li­smo pre­vi­sto dalla Costi­tu­zione. «Oppure meglio abo­lire le regioni». Sullo sfondo c’è il dibat­tito sul ritorno della Sanità allo Stato.

La mini­stra della Salute Loren­zin aveva defi­nito «un grave errore» averla con­cessa alle regioni, con il boom del debito e della cor­ru­zione che la sanità ali­menta (l’ultimo caso è l’Ospedale Israe­li­tico a Roma). L’uscita ha fatto irri­tare i gover­na­tori. Ma il tema c’è, anche senza testo defi­ni­tivo di una legge ancora ieri fan­ta­sma. Emi­liano sostiene che se il governo pre­tende di tagliare la sanità (negli ultimi anni ha eli­mi­nato 14 miliardi al fondo nazio­nale) «non c’è nulla di male a resti­tuire gli ospe­dali al governo cen­trale e se li gesti­scano loro».

Nell’impazzimento pro­vo­cato dagli annunci di Renzi e del suo governo gli odon­to­ia­tri del Fnom­ceo, insieme ai sin­da­cati di cate­go­ria, con­fer­mano la mobi­li­ta­zione del 28 novem­bre a Roma a soste­gno del ser­vi­zio sani­ta­rio nazio­nale. «Il sot­to­fi­nan­zia­mento porta ine­vi­ta­bil­mente al razio­na­mento delle risorse utili a rispon­dere ai biso­gni di salute delle per­sone» scri­vono in una nota.

?Verso la mobi­li­ta­zione anche Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato che giu­dica l’ipotesi di un aumento dei tic­ket «un acca­ni­mento con­tro i malati e il Ssn». «Dal 2008 al 2014 c’è stato un aumento del 26% dei tic­ket sani­tari sui conti delle Regioni. Insieme al taglio di 4 miliardi di euro al Fondo sani­ta­rio nazio­nale per il 2016, la situa­zione è dram­ma­tica» sostiene il coor­di­na­tore nazio­nale Tonino Aceti.

Commento.

Proprio qualche giorno fa ho misurato le caratteristiche del Sistema Sanitario Nazionale, per un'improvvisa malattia, nel profondo Nord. Mi sono rivolto al Pronto Soccorso di uno dei due ospedali vicino (6 Km. da ognuno) casa, tenendo conto della sicura presenza dello specialista (in uno dei due presidi) per la patologia che presentavo.

Tempo di attesa 6 ore, dalle 22:00 alle 04:00, con un codice verde (la patologia banale è: codice bianco) stabilito dall'infermiere di accettazione. Chiamato dal medico di guardia che mi fa qualche domanda ed una visita frettolosa, prescrive esami essenziali (quesito: anemia? infezione?) da eseguire al momento e successivamente altri esami di approfondimento. Relazione essenziale da consegnare al medico di famiglia. Terapia antibiotica, da comprare in farmacia.

Punti a favore:

- struttura nuova, l'altro ospedale è vecchio anche se ammodernato con aggiunte di stutture recenti, con spazi funzionali e confortevoli.
- comunicazione buona anche se essenziale, ambiente silenzioso e personale educato.
- distributori automatici di merendine e bibite a disposizione.
- parkeggio economico: €3 per 6 ore.
- informazione al paziente chiara, a voce, da parte del medico.
- nessuna discriminazione o faciltazione. Non mi sono qualificato come operatore sanitario.
- nessun ticket da pagare perché considerato come vera urgenza.
 
Punti a sfavore:

- eccessiva attesa, per mancanza di personale medico ed infermieristico. Sistema poco flessibile per Incapacità di gestire i picchi di richiesta per quantità e qualità.
- incompletezza della raccolta delle informazioni a cura del paziene e suoi familiari, anche sfruttando l'attesa. Manca un'intervista sanitaria orientata, a voce o meglio scritta. Viene ignorato lo stile di vita o il lavoro svolto.
- mancanza di facilitazione alla terapia indicata: non viene fornita subito la minima quantità di farmaci prescritti, costringendo a cercare farmacie di turno e non ..
- mancanza di prenotare, da subito, gli approfondimenti diagnostici necessari.
- assenza di qualunque indicazione preventiva sanitaria, relativa alla patologia in atto.

Concludendo.

Ho voluto commentare in maniera così personale attraverso un esempio di come i giudizi dei destinatari del SSN potrebbero decisamente orientare le scelte migliori, avviando probabilmente non solo una riduzione degli sprechi ma anche l'investimento in percorsi, tecnologie e personale sanitario utili per soddisfare le esigenze dei cittadini-utenti.

Per fare questo bisogna eliminare le resistenze tra cui: corporazioni sanitarie, burocratiche, affaristiche, amministrative, il pensiero lineare, i modelli sanitari dimostratisi inefficenti ed inefficaci, i sistemi di qualità formali, la logica del riferimento al cittadino-elettore, il centralismo burocratico, il dirigismo di pochi e la censura per molti .. In una parola: ascoltate i cittadini, riflettete sulle esperienze, riconoscete gli errori ed intanto .. non tagliate le risorse!





permalink | inviato da TIAR il 24/10/2015 alle 10:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 settembre 2015
Se questo è un Papa (innovativo).
Ospitiamo il dialogo tra il Papa, al ritorno dal viaggio in Cuba e diretto negli Stati Uniti, ed alcuni giornalisti latini ed americani.

[ In corsivo è il nostro commento alle risposte del Papa ]

Traduzione in lingua italiana

Padre Lombardi

Santo Padre, grazie per essere qui con noi in questo volo intermedio: così abbiamo una conversazione con Lei per riflettere un poco su questa prima tappa del viaggio a Cuba, che è stata molto bella e impegnativa.

Abbiamo una lista di alcuni colleghi che si sono preparati alcune domande. Le domande verranno fatte in spagnolo o in italiano, e Le chiedono di rispondere in spagnolo alla nostra amica cubana, che sarà la prima che interviene; e poi altri chiedevano se era possibile usare anche l’italiano, perché in generale lo capiscono meglio. […] Il guaraní questa volta lo lasciamo cadere …

La prima domanda la fa la nostra amica Rosa Miriam Elizalde, che è di “Cubadebate”:

Rosa Miriam Elizalde

Grazie. Santità, è stato veramente un onore e un piacere accompagnarLa in questo viaggio ed anche una grande gioia. Io credo che la mia domanda sia un po’ prevedibile: mi piacerebbe sapere i suoi criteri dell’embargo degli Stati Uniti a Cuba e se parlerà di questo davanti al Congresso degli Stati Uniti.

Papa Francesco

La questione del “bloqueo” (embargo) fa parte del negoziato. Questo è pubblico: entrambi i Presidenti si sono riferiti a questo. Quindi è una cosa pubblica, che va nella direzione delle buone relazioni che si stanno cercando. Il mio desiderio è che si arrivi ad un buon risultato in questo, si arrivi ad un accordo che soddisfi le parti. Un accordo, certo. Rispetto alla posizione della Santa Sede riguardo a los bloqueos (agli embarghi), i Papi precedenti ne hanno parlato, non solo di questo caso, ma anche di altri casi di “bloqueo” (embargo). C’è una dottrina sociale della Chiesa al riguardo e io mi riferisco a questa, che è precisa e giusta. 

[ rimanda alla dottrina sociale della Chiesa, non risponde direttamente ]

Riguardo al Congresso degli Stati Uniti – il discorso ce l’ho fatto, ma non posso dirlo! – sto pensando a quello che vorrò dire al riguardo: ma non in modo specifico su questo tema, in generale sul tema degli accordi bilaterali e multilaterali, come segno del progresso nella convivenza. Però il tema in concreto – sto andando a memoria, non vorrei dire stupidaggini – non è menzionato, quasi sicuramente no.

Padre Lombardi

Adesso diamo la parola a un’altra Rosa: abbiamo incominciato con due signore che si chiamano Rosa: è di buon auspicio. Rosa Flores della Cnn: a lei la parola. Puoi fare in italiano, possibilmente? O in spagnolo… il Papa ci risponde in italiano:

Rosa Flores

Santo Padre, buona sera. Sono Rosa Flores della Cnn. Abbiamo sentito che oltre 50 dissidenti sono stati arrestati fuori dalla Nunziatura perché cercavano di avere un incontro con Lei. La prima domanda è: Le piacerebbe incontrare i dissidenti? E se dovesse avvenire un tale incontro, cosa direbbe loro?

Papa Francesco

Anzitutto non ho notizie che sia successo questo: non ne ho alcuna notizia. Qualcuno potrebbe dire: sì, no, non so… Direttamente non so. Le sue due domande sono futuribili… Mi piacerebbe che succedesse. A me piace incontrare tutta la gente. Prima di tutto perché ritengo che tutte le persone siano figlie di Dio, per diritto. In secondo luogo, sempre un incontro con ogni persona arricchisce. Sì, mi piacerebbe incontrarmi con loro.

[ generico, quasi un incontro al bar insieme agli amici dei terroristi cubani di Miami, responsabili di centinaia di attentati a Fidel Cstro e di attività criminale per rovesciare il governo legittimo ]

Se Lei desidera che Le parli ancora dei dissidenti, Le posso dire qualcosa di molto concreto. Prima di tutto era ben chiaro che io non avrei dato alcuna udienza, perché hanno chiesto udienza non soltanto i dissidenti, ma anche persone di altri settori, compresi diversi capi di Stato. No, io sono in visita nel Paese e solamente questo. Non era prevista alcuna udienza: né con i dissidenti, né con altri.

[ che cosa vuol dire: io sono in visita al paese? che relazioni ha, concretamente, con i cattolici che rappresentano l'opposizione a Cuba? Silenzio. ]


Secondo: dalla Nunziatura ci sono state chiamate telefoniche ad alcune persone, che fanno parte di questo gruppo di dissidenti… Il compito del Nunzio era quello di comunicare loro che con piacere, al mio arrivo alla cattedrale, per l’incontro con i consacrati, avrei salutato quelli che erano lì. Un saluto. Questo sì, è vero… Ma visto che nessuno si è presentato nel saluto, non so se c’erano o non c’erano. Io ho salutato tutti quello che erano lì. Soprattutto ho salutato i malati, coloro che erano in sedia a rotelle… Ma nessuno si è identificato come dissidente. Dalla Nunziature sono state fatte alcune chiamate per invitarli per un saluto di passaggio…

[ I dissidenti sono stati bloccati dalla polizia, impedendogli un contatto col Papa. Questo fatto può essere letto come una misura di sicurezza verso noti amici del terrorismo cubano negli USA. Francesco può indignarsi chiedendo di parlarci, oppure approvare questo provvedimento. Decide però di non sapere, casca dal pero. ]

Rosa Flores

Però cosa direbbe loro…

Papa Francesco

Non so cosa direi loro… Direi cose belle a tutto il mondo, però quello che uno dice, viene al momento.

[ ma prende in giro, o cosa? ]

Padre Lombardi

Adesso abbiamo Silvia Poggioli, della National Public Radio degli Stati Uniti, che è una grande radio degli Stati Uniti.

Silvia Poggioli

Scusi, vorrei chiederLe: nei decenni in cui è stato al potere Fidel Castro, la Chiesa cattolica cubana ha sofferto molto. Lei, nel Suo incontro con Fidel, ha avuto la percezione che lui fosse forse un po’ pentito?

Papa Francesco

Il pentimento è una cosa molto intima, una cosa di coscienza. Nell’incontro con Fidel ho parlato di storie di gesuiti conosciuti, perché gli ho portato in regalo anche un libro del padre Llorente, molto amico suo, un gesuita, e anche un CD con le conferenze del padre Llorente; e gli ho anche regalato due libri di padre Pronzato che sicuramente lui apprezzerà. Abbiamo parlato di queste cose. Abbiamo parlato molto dell’enciclica Laudato si', perché lui è molto interessato a questo tema dell’ecologia.

È stato un incontro non tanto formale, ma spontaneo; era presente anche la famiglia, anche i miei accompagnatori, il mio autista; ma noi eravamo un po’ separati, con la moglie e lui, e gli altri non potevano sentire, ma erano nello stesso ambiente. Abbiamo parlato di queste cose. Sull’enciclica tanto, perché lui è molto preoccupato di questo. Del passato non abbiamo parlato. Sì, del passato: del collegio dei gesuiti, di come erano i gesuiti, di come lo facevano lavorare, di tutto questo sì.

Padre Lombardi

Adesso diamo la parola a Gian Guido Vecchi, che credo che Lei conosca, del “Corriere della Sera”, italiano.

Gian Guido Vecchi

Santità, le Sue riflessioni, anche le Sue denunce, sull’iniquità del sistema economico mondiale, il rischio di autodistruzione del pianeta, il traffico di armi, sono anche denunce scomode, nel senso che toccano interessi molto forti. Alla vigilia di questo viaggio sono emerse delle considerazioni abbastanza bizzarre – anche media molto importanti nel mondo le hanno riprese – di settori della società americana, anche, che arrivavano a chiedere se il Papa fosse cattolico… Già c’erano state discussioni di quelli che parlavano del “Papa comunista”; adesso addirittura: “Il Papa è cattolico?”. Di fronte a queste considerazioni, Lei che cosa pensa?

Papa Francesco


Un Cardinale amico mi ha raccontato che è andata da lui una signora, molto preoccupata: molto cattolica, un po’ rigida, la signora, ma buona, buona, cattolica, e gli ha chiesto se era vero che nella Bibbia si parlava di un anticristo. E lui le ha spiegato. E’ anche nell’Apocalisse, no? E poi, se era vero che si parlava di un antipapa … “Ma perché mi fa questa domanda?”, ha chiesto il Cardinale. “Perché io sono sicura che Papa Francesco è l’antipapa”. “E perché? - chiede quello - Perché ha questa idea?”. “Eh, perché non usa le scarpe rosse!”. E’ così, storico… I motivi per pensare se uno è comunista, non è comunista… Io sono certo che non ho detto una cosa in più che non sia nella Dottrina sociale della Chiesa.

[ richiama ancora la dottrina sociale della chiesa, quella su cui si basato i discorsi scritti dai collaboratori che devono mantenersi entro questi confini .. ]

Nell’altro volo [di ritorno dal viaggio in America Latina], una Sua collega – non so se è qui, mi corregga – m’ha detto, quando sono andato a parlare ai Movimenti popolari, ha detto: “Lei ha teso la mano a questo Movimento popolare - più o meno era così la cosa -, ma la Chiesa, La seguirà?”. E io ho detto: “Sono io a seguire la Chiesa”, e in questo credo di non sbagliare, credo di non avere detto una cosa che non sia nella Dottrina sociale della Chiesa.

[ idem come sopra ]

Le cose si possono spiegare. Forse una spiegazione ha dato un’impressione di essere un pochettino più “sinistrina”, ma sarebbe un errore di spiegazione. No. La mia dottrina, su tutto questo, sulla Laudato si’, sull’imperialismo economico e tutto questo, è quella della Dottrina sociale della Chiesa. E se è necessario che io reciti il “Credo”, sono disposto a farlo!

[ idem come sopra ]

Padre Lombardi

Diamo la parola a Jean-Louis de la Vaissière, che è dell’agenzia “France Presse”:
Jean-Louis de la Vaissière

Buona sera, Santo Padre. Grazie per questo viaggio: sempre interessante. Nell’ultimo viaggio in America Latina ha criticato duramente il sistema capitalista liberale. A Cuba sembra che le sue critiche del sistema comunista non siano state tanto severe: erano molto più “soft”. Perché queste differenze?

Papa Francesco

Nei discorsi che ho fatto a Cuba, sempre ho fatto accenno alla Dottrina sociale della Chiesa. Le cose che si devono correggere le ho detto chiaramente, non “profumatamente”, “soft”. Ma anche riguardo alla prima parte della sua domanda: più di quello che ho scritto duramente, che ho scritto nell’Enciclica, e anche nella Evangelii gaudium, sul capitalismo selvaggio o liberale, io non ho detto: tutto sta scritto lì.

[ idem come sopra, "il prodotto" rispetta gli standard della casa ma è cambiato il commesso viaggiatore ed il suo stile di vendita ]

Non ricordo di aver detto qualcosa di più di quello. Non so, se Lei ricorda, me lo faccia ricordare… Ho detto quello che ho scritto, che è abbastanza! E’ abbastanza, è abbastanza. E poi, è quasi lo stesso che ho detto alla sua collega: tutto questo è nella Dottrina.

[ come sopra ]

Ma qui a Cuba – questo forse chiarirà un po’ la sua domanda – il viaggio è stato un viaggio molto pastorale con la comunità cattolica, con i cristiani, anche con quelle persone di buona volontà e per questo i miei interventi sono stati omelie… Anche con i giovani – che erano giovani credenti e non credenti e, fra i credenti, di diverse religioni – è stato un discorso di speranza, anche di incoraggiamento al dialogo tra loro, di andare insieme, cercare quelle cose che ci accomunano e non quelle che ci dividono, fare ponti… E’ stato un linguaggio più pastorale. Invece, nell’Enciclica si dovevano trattare cose più tecniche, e anche queste che Lei ha menzionato. Ma se Lei si ricorda qualcosa che avevo detto nell’altro viaggio, forte, me la dica, perché davvero, non ricordo.

Padre Lombardi

Adesso diamo la parola a una nostra vecchia conoscenza, che è Nelson Castro, della “Radio Continental”, che viene dall’Argentina…

Papa Francesco
… che è un bravo medico …

Nelson Castro

Buona sera, Santo Padre. La domanda ritorna sul tema della dissidenza, in due aspetti: perché è stato deciso di non ricevere i dissidenti? E, secondo, c’è stato uno che si è avvicinato a Lei e che è stato allontanato ed arrestato… La domanda è: ci sarà un ruolo della Chiesa cattolica nella ricerca di un’apertura alle libertà politiche, visto il ruolo che ha svolto anche nel ristabilimento delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti? Questo tema delle libertà, che è un problema per coloro che pensano diversamente in Cuba. Sarà un ruolo che la Santa Sede pensa per la Chiesa cattolica nel futuro di Cuba?

Papa Francesco

Anzitutto: “loro”; “non ricevere loro”. Non ho ricevuto nessuno in udienza privata. E questo per tutti. E c’era anche un capo di Stato che la chiedeva… Vi dico: no, non ho avuto nulla a che vedere con i dissidenti. Il comportamento con i dissidenti è stato quello che vi ho già spiegato.

[ dissidenti no, delinquenti si ]

La Chiesa di qui, la Chiesa di Cuba ha lavorato ad una lista di prigionieri cui concedere l’indulto … L’indulto è stato concesso a 3.500 circa… La cifra me l’ha detta il presidente della Conferenza Episcopale: sì, più di tremila. E ancora ci sono casi allo studio. E la Chiesa qui a Cuba sta lavorando per fare indulti.

Per esempio, qualcuno mi ha detto: “Sarebbe bello finirla con l’ergastolo, ossia la prigione perpetua”. Parlando chiaramente, l’ergastolo è quasi una pena di morte nascosta. Questo l’ho detto pubblicamente in un discorso ai giuristi europei. Tu stai lì, morendo tutti i giorni senza la speranza della liberazione. E’ un’ipotesi.

Un’altra ipotesi è che si facciano indulti generali ogni uno o due anni… Ma la Chiesa sta lavorando, ha lavorato… Non dico che questi oltre tremila sono stati liberati dalle liste della Chiesa, no. La Chiesa ha fatto una lista – non so di quante persone – ha chiesto ufficialmente indulti e continuerà a farlo.

[ l'ingerenza negli affari della giustizia cubana è evidente: conosce il Papa di quali crimini sono colpevoli i carcerati? Che cosa vuol dire alle famiglie degli offesi? A che titolo i condannati non devono scontare l'inetar pena? ]

Padre Lombardi

L’ultimo della nostra lista per questa conferenza è Rogelio Mora, di “Telemundo”:

Rogelio Mora

Santo Padre, un medico visita un malato, non un sano: in meno di 20 anni, tre Papi hanno visitato Cuba. Cuba ha un male?

Papa Francesco
Non capisco la domanda.

[ capisce, certo se capisce! ]

Rogelio Mora

Se la visita di tre Papi in meno di 20 anni all’Isola di Cuba si possa interpretare come se ci fosse una malattia nell’Isola, che l’Isola soffre per qualcosa…

Papa Francesco

Ora ti ho capito… No, no. Il primo è stato Giovanni Paolo II: la prima storica visita. Ma era normale: ha visitato tanti Paesi, compresi Paesi aggressivi contro la Chiesa. Il secondo è stato Papa Benedetto: bene, faceva parte della normalità…

E la mia è stata un po’ casuale, perché io pensavo di entrare negli Stati Uniti passando per il Messico; inizialmente, la prima idea era Ciudad Juarez, la frontiera del Messico… Ma andare in Messico senza andare alla “Guadalupana” [la Madonna di Guadalupe] sarebbe stata uno schiaffo! Ma è una cosa passata…

Dopo, con l’annuncio che si è dato il 17 dicembre scorso, quando è stato annunciato quello che era più o meno ancora riservato, un processo di quasi un anno... E quindi ho detto: voglio andare negli Stati Uniti passando per Cuba.

E la scelsi per questo motivo. Però non perché abbia una male speciale che non hanno altri Paesi. Io non interpreterei così le tre visite. Ci sono diversi Paesi che i due Papi precedenti hanno visitato, anch’io ne ho visitati alcuni: per esempio il Brasile, Giovani Paolo II l’ha visitato tre o quattro volte e non aveva “un male speciale”.

Sono contento di aver incontrato il popolo cubano, la comunità cristiana cubana. Oggi l’incontro con le famiglie è stato molto bello. E’ stato molto bello.

Vi ringrazio per il lavoro che vi aspetta, che sarà impegnativo, perché tre città … Erano 24 discorsi, e a Cuba ne ho fatti otto … Grazie tante per il vostro lavoro. E pregate per me!

Commento.

Questi resoconti sono disponibili sul web, nello spazio della stampa vaticana dedicata agli incontri "informali" tra il Papa ed i giornalisti al seguito. I discorsi ufficiali vengono invece elaborati accuratamente dai collaboratori e quindi sono completamente rispettosi dell'ortodossia cattolica romana.

La personalità più vera di Papa Francesco traspare dagli incontri ufficiosi, dove la risposta è "a braccio" ed infatti rimane generica, omissiva dellerisposte più pertinenti, deviante verso altre problematiche. Se questo è un Papa innovativo è soltanto per la stampa succube e cortigiana. Leggetelo direttamente, valutate quello che dice e tirate le conclusioni migliori.




permalink | inviato da TIAR il 24/9/2015 alle 19:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
9 settembre 2015
L’emergenza immigrazione è propaganda di guerra
Riceviamo e pubblichiamo da mailto:
pcarcemiliaromagna@lists.riseup.net

L’emergenza immigrazione è propaganda di guerra: solo le organizzazioni operaie e popolari hanno la forza per imporre una soluzione dignitosa per tutti

 
Partiamo da un fatto: “l’emergenza immigrati”, “l’invasione”, è esclusivamente un fenomeno mediatico (nei primi sei mesi del 2015 a detta dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) in Italia sono arrivati 67.500 immigrati) gonfiato ad arte per distogliere l’attenzione delle masse popolari dai problemi veri di questo paese, primo fra tutti la disoccupazione e subito a ruota le mille disfunzioni di un sistema che sta crollando a opera di speculatori e profittatori (sanità, istruzione, dissesto idrogeologico, ecc.).

Secondariamente, è la base ideale per consentire a gente come Salvini di essere in televisione tutti i giorni, due volte al giorno, a dire idiozie, a indicare come nemici dei lavoratori e delle masse popolari italiane gli immigrati (declinati in vario modo: clandestini, islamici, rom, ecc. a seconda dei “pericoli” su cui vuole mettere in guardia), come se fossero loro i responsabili del generale peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

Noi comunisti non ce la prendiamo con i lavoratori e gli elementi delle masse popolari che in un certo modo abboccano alla propaganda di regime: le masse popolari sono bombardate mediaticamente, afflitte materialmente, sono state abbandonate da sindacati e partiti di sinistra e il movimento comunista è ancora debole per essere in grado di educare, formare e organizzare larghe parti della popolazione. Dobbiamo però essere chiari sul fatto che chi dà credito alle idiozie di Salvini e di quelli come lui fa un cattivo servizio alla causa dei lavoratori e anche ai suoi interessi immediati. Per quanto sia più semplice prendersela con i poveracci anziché con i ricchi e i padroni, prendersela con i poveracci non porterà alcuna soluzione positiva né ai poveracci né, soprattutto, a quei lavoratori italiani che se la prendono con loro.

Che sia, questo articolo, spunto ed esempio di ragionamento per chi fa fatica a portare lo stipendio a casa o per chi lo stipendio a casa lo porta, ma non gli basta per mantenere la famiglia. Che sia spunto ed esempio, soprattutto, per chi scende nelle strade, generosamente, per quel diritto, quell’altro diritto, quell’altro ancora, senza vedere la direzione unitaria e organica che unisce ognuna di quelle lotte. I fatti hanno la testa dura e se si parte da come stanno i fatti troviamo una soluzione (positiva) a ogni contraddizione.

Uno. L’immigrazione non la può fermare nessuno. Quando sentite dire che “bisogna impedire gli sbarchi” o “bisogna impedire che gli immigrati partano”, state ascoltando le stupide illusioni di chi non sa manco dove vive. L’immigrazione è il frutto diretto della crisi del sistema economico e politico mondiale, della società capitalista: non esiste alcuna possibilità di “aiutarli al loro paese” senza abbattere il capitalismo e costruire il socialismo qui nei paesi imperialisti, non c’è alcuna possibilità di limitare i flussi migratori semplicemente perché le condizioni generali (neocolonialismo, miseria, guerre, massacri di cui i governi imperialisti sono diretti responsabili) produrranno di continuo e in maniera crescente un numero illimitato di persone che scappano dai loro paesi e cercano di sopravvivere in altri, un qualunque altro paese che non sia quello da cui scappano (sono enormi i flussi migratori anche interni all’Africa o all’Asia - sempre secondo l’UNHCR, nel mondo ci sono stati 19.5 milioni di immigrati nel 2014 e 16.7 nel 2013: questo il risultato del catastrofico corso delle cose che la borghesia imperialista impone al mondo).

Se qualcuno pensa di poter risolvere la questione “eliminando le cause dell’immigrazione” o “bloccando i flussi” sta dicendo idiozie o menzogne e concorda con gente che dice idiozie e crede alle loro menzogne.
 
Due. La propaganda contro gli immigrati serve a prendere in giro i lavoratori italiani, non avrà in alcun modo seguito. Prendiamo la Lega a esempio: sarebbe sparita se non facesse tanta e tale propaganda contro gli immigrati. Cioè a livello elettorale non avrebbe nemmeno la possibilità di eleggere alcuni eurodeputati (come Salvini) che percepiscono in modo del tutto inutile, ingiustificato e fraudolento il profumato stipendio europeo. Lo stesso vale per deputati, senatori, sindaci, presidenti di Regione. Prendiamo i Presidenti di Regione, prendiamo Maroni. Le politiche che oggi la Lega tanto contesta le ha promosse lui quando era ministro dell’Interno!

Questa gente si fa eleggere per “preservare e difendere i diritti degli italiani contro gli immigrati”, ma poi si impegna sempre e solo per ungere gli ingranaggi della corruzione, per reggere il sacco delle rapine, quando non si impegnano a rubare essi stessi (Mafia-Capitale dimostra che i neofascisti e le Cooperative del PD facevano affari insieme proprio alimentando “l’emergenza” immigrazione. L’Expo e la TAV dimostrano che la Lega pensa essenzialmente agli interessi di famiglia). Altro che diritti! Altro che italiani!
 
Per un inquadramento generale dell’immigrazione e dello sfruttamento degli immigrati da parte della borghesia imperialista, leggere il Comunicato della Commissione Preparatoria del (n)PCI del 23 settembre 2002 reperibile sul sito www.nuovopci.it, molto utile anche perché permette di confrontare la situazione del 2002 con quella di 13 anni dopo.
 
Tre. Gli italiani sono razzisti. Balle! Sono balle che servono a conferire aurea di uomini della provvidenza (che sanno “interpretare i sentimenti della gente”) a bifolchi impresentabili! Se ci fate caso le uniche manifestazioni della Lega che riescono sono quelle in stile Forza Italia: viaggio pagato, panino incluso, sosta al parco giochi. Non solo le masse popolari (anche quelle che per disperazione sono sensibili ai richiami della destra reazionaria) non seguono gli appelli razzisti, ma è di gran lunga maggioritaria la parte che all’opposto si mobilita in mille forme di solidarietà, assistenza, sostegno.

Da chi fa il volontario negli accampamenti improvvisati, a chi raccoglie generi di prima necessità, da chi organizza scuole di italiano a chi tiene sportelli legali e di assistenza medica, da chi si muove da solo o in piccoli gruppi a chi è inquadrato in organizzazioni e grandi associazioni. La generosità delle masse popolari italiane, pure in tempi di crisi, pure in tempi di “guerra” (la situazione economica è quella dei tempi di guerra), è un pilastro della coesione sociale e un esempio.
 
Quattro. Assistenza o solidarietà di classe. Una parte di lavoratori e masse popolari italiane dicono: ma perché preti, radical-chic e “democratici” vari si interessano degli immigrati e non delle famiglie italiane in difficoltà? Sulla base di questa domanda, anche se sono di sinistra e non sono razzisti, finiscono con il concludere che è vero, tutti questi immigrati non li possiamo accogliere. A questi lavoratori e a questi settori delle masse popolari “non razziste” e di sinistra diciamo: avete ragione.

La domanda è giusta, la conclusione è sbagliata. L’assistenzialismo è il modo con cui chi riconosce che le cose vanno a rotoli, fa fronte alla situazione, pur non avendo la minima idea di come risolvere i problemi. L’assistenzialismo poteva avere un senso nei tempi in cui la crisi non sfasciava la vita di milioni di persone, come oggi. Ma oggi porta solo ad alimentare la guerra fra poveri: sulla base di quali criteri decidere chi aiutare e perché?

Ecco il Salvini di turno: prima gli italiani! Senza contare che non è possibile assistere tutti: la crisi porta all’aumento esponenziale di immigrati (vedi punto 1) e di italiani poveri. I poveri aumentano e aumenteranno e fare loro l’assistenza è come curare un tumore con l’aspirina. Ma il tumore non sono i poveri, il tumore sono i capitalisti, i padroni, gli speculatori, i cardinali e i banchieri. Per questo non serve assistenzialismo, ma solidarietà di classe.
 
Cinque. Solidarietà di classe e lotta di classe. La linea dell’assistenzialismo presta il fianco, per quanto inconsapevolmente, alla propaganda e alla mobilitazione reazionaria. Se guardiamo la situazione da comunisti, gli immigrati non sono “fratelli sfortunati”, ma compagni di lotta contro lo stesso sistema che affama loro e li costringe a emigrare e sfrutta i lavoratori italiani, spolpandoli fino all’osso. Per i padroni e i mafiosi, ogni “carico di gente” che sbarca dal Mediterraneo sono braccia da usare per abbassare il costo del lavoro e per aggirare leggi, diritti, tutele, in modo da contrapporre quella manodopera a quella degli italiani.

Per chi è mosso dalla logica dell’assistenza, sono soprattutto “uomini che hanno diritti”, cosa vera, ma che diventa una caricatura se per far rispettare quei diritti ci si appella a quelle stesse autorità che fanno degli esseri umani carne da macello e da cannone. Per noi comunisti sono potenziali alleati da organizzare, formare, educare attraverso la lingua universale della lotta di classe per costruire il futuro comune, quello in cui le masse popolari passano da essere classi oppresse a essere classi dirigenti della società.
 
Conclusioni pratiche.

Un lavoro utile e dignitoso per tutti. E’ chiaro che se aspettiamo che grandi associazioni umanitarie, grandi organizzazioni sindacali, politiche o culturali (tutte invischiate a vario titolo con la classe dominante o, nel migliore dei casi, imbevute di concezioni della sinistra borghese) prendano l’iniziativa per trasformare “l’emergenza immigrazione” in un ambito della lotta di classe, stiamo freschi!

Oltre alle dichiarazioni, i portavoce e i dirigenti di questi aggregati non sanno e non possono fare, spesso le loro dichiarazioni sono del tutto slegate dalla pratica, rimangono nel campo dei valori e della morale, per quanto importanti e giuste (almeno si schierano).

Solo le organizzazioni operaie e le organizzazioni popolari possono avviare un corso diverso delle cose:

- allargando la mobilitazione per difendere i posti di lavoro esistenti, e soprattutto quella per crearne di nuovi, agli immigrati. Perché non è vero che non c’è lavoro, c’è bisogno di una grande quantità di lavoro nel nostro paese per far funzionare le cose come dovrebbero e potrebbero funzionare: sanità, trasporti, cura del territorio, istruzione, cura degli anziani, difesa e bonifica dell’ambiente e del territorio… solo che per i capitalisti questi settori non producono abbastanza profitti e quindi li abbandonano, abbandonando così il paese. Non c’entra niente il “volontariato in cambio dell’accoglienza”: si tratta di un lavoro utile e dignitoso che deve essere eseguito scrupolosamente e deve essere dignitosamente retribuito!
- Prendendo in mano direttamente la mobilitazione contro il degrado di città e paesi, zone e quartieri, definendo regole democratiche e trasparenti che regolano la vita collettiva delle masse popolari (contro le cupole grandi e piccole di potere parallelo delle organizzazioni criminali) e promuovendone la riqualificazione.

A chi obietta che “in Italia siamo già troppi noi”, bisogna replicare

- che l’Italia può accogliere dignitosamente anche più immigrati di quelli che arrivano oggi: bisogna solo che diventi un paese dignitoso per i lavoratori italiani; oggi non accoglie dignitosamente gli stranieri perché maltratta anche i lavoratori italiani, è una società allo sbando;
- che in Giappone con un territorio grande come il nostro e geologicamente peggiore del nostro, vivono 120 milioni di persone;
- che in Italia già quando eravamo meno della metà di oggi, i lavoratori vivevano peggio di adesso ed emigravano in massa: non è questione di superficie, ma di ordinamento sociale.
 
A chi fa fatica a vedere la praticabilità della strada che noi indichiamo, rispondiamo facendo notare che già una parte importante dei lavoratori di questo paese è di origine straniera: come sono costretti a vendere la loro forza lavoro ai padroni italiani o agli altri ricchi stranieri in cambio del salario, saranno ben più soddisfatti di offrire al paese in cui vivono e in cui crescono i figli il loro contributo di operai e lavoratori alla costruzione del Governo di Blocco Popolare per avanzare verso il socialismo. Che è, come abbiamo già detto all’inizio di questo articolo, l’unica soluzione realistica agli effetti della crisi e alla crisi stessa perché libera l’umanità dal profitto.
 
Nel nostro paese negli ultimi anni si è sviluppato il movimento di lotta e organizzazione dei lavoratori immigrati, le cui tappe principali sono state le mobilitazioni contro le leggi Turco-Napolitano, Bossi-Fini e il Pacchetto Sicurezza del governo Berlusconi, le rivolte succedute alle stragi di immigrati di Castelvolturno e Rosarno, le giornate di lotta contro il razzismo (17 ottobre 2009 e 1° marzo 2010), la lotta contro la sanatoria truffa del governo Berlusconi, la mobilitazione contro Casa Pound dopo la strage di Firenze del dicembre 2011, le lotte dei lavoratori della logistica (di cui i lavoratori immigrati sono stati protagonisti principali).

I comunisti e i progressisti devono favorire in ogni modo l’organizzazione e la mobilitazione degli immigrati in difesa dei loro diritti, di contro alle posizioni “assistenzialiste” (frutto della concezione clericale) che riducono gli immigrati a oggetto di aiuto e carità e alle posizioni della cosiddetta “integrazione” che senza lotta comune per trasformare un tessuto sociale in sfacelo e dissoluzione condanna gli immigrati al ruolo di concorrenti a basso costo dei lavoratori autoctoni, di mendicanti o di criminali.

I lavoratori immigrati non sono nostri “fratelli di disgrazia”, ma nostri compagni nella lotta per porre fine al regime della Repubblica Pontificia, per fare dell’Italia un nuovo paese socialista e per contribuire alla rinascita del movimento comunista in Italia e nei rispettivi paesi d’origine.

Per avviare l’intervento tra la classe operaia e le masse popolari immigrate il Partito deve:
1. sviluppare l’inchiesta sugli organismi operai e popolari composti da immigrati e i singoli (a partire dalle conoscenze che abbiamo nelle zone dove le sezioni operano),
2. iniziare a tessere relazioni e a sviluppare esperienze-tipo per definire e sviluppare una linea di intervento per far confluire la mobilitazione delle masse popolari immigrate nella costituzione del Governo di Blocco Popolare.

Dalla Risoluzione n. 4 approvata dal IV Congresso del P.CARC

Commento.

D'accordo al 110%.



permalink | inviato da TIAR il 9/9/2015 alle 20:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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